La vita è sogno, nonostante

L’autore di questo articolo, Giuseppe Lippi, è il curatore di “Urania”, il mensile fantascienza fondato da Alberto Mondadori e Giorgio Monicelli.

Lippi è arrivato alla sua guida nel 1990, succedendo a Monicelli (1952-61), Carlo Fruttero (1962-1985), Franco Lucentini (1964-1985) e Gianni Montanari (1985-1989). Ma non è questa la sua unica cura: traduttore, compilatore di antologie gialle, horror e di letteratura fantastica, ha firmato la più completa edizione italiana di Tutti i racconti di H.P. Lovecraft, in quattro volumi per Mondadori. Con il tempo, il curatore si è trasformato in ricercatore, dedicando alla sua collana vari articoli di approfondimento: “Urania dagli anni Cinquanta agli anni Novanta” è un saggio uscito nel 1992 in occasione del quarantesimo anniversario. Altri interventi sono seguiti in occasione del cinquantenario, del numero 1500 e dello speciale per i sessant’anni della collezione, festeggiati nel 2012. Questa mole di lavoro è confluita nel volume Il futuro alla gola. Una storia di ‘Urania’ 1952-2012 (Profondo Rosso, Roma 2013), primo studio complessivo della più venduta, e oggi unica, collana di fantascienza diffusa nelle edicole. Lippi si avvia a diventare il suo più duraturo responsabile letterario.

 

  1. Quando gli incubi dell’infanzia si diradano, l’orizzonte dei sogni si allarga e una forza onirica liberata investe nuovi oggetti magici. Per il sognatore è come se cominciasse una nuova esplorazione della notte, non solo a base di simboli innati ma appresi e suggeriti da fonti inedite come film, fumetti o libri. In questa avventura sono coinvolte due forze ben distinte della personalità, Io e l’Altro: ed è l’Altro-Ombra, il socio irrazionale, a spingere l’esploratore a seguire tenacemente la propria visione, come una sorta di concezione artistica in fieri. È sempre lei a fargli da mentore nelle successive tappe del cammino, tanto che si può ormai parlare di una coppia affiatata. È capitato a chi scrive: fin dalla più tenera età ci siamo resi conto di essere almeno in due, Lippi e il Collega. La scissione risale più o meno a quando abbiamo imparato a leggere, perché è allora che siamo diventati Tanti e i sogni si sono moltiplicati.

    Nei notturni anni Cinquanta, quando ancora non sapevamo leggere, streghe analfabete del Cilento ci tendevano agguati in fondo a vie assolate di paese, alimentando tremendi incubi rurali. Se non fosse per il rapido trasferimento in una grande città e per la successiva conquista della lettura, siamo sicuri che prima o poi ci avrebbero ucciso. Ma all’inizio degli anni Sessanta, frutto di un’esperienza nuova come l’acquisto dei fumetti in edicola, apparve l’Uomo mascherato e fugò le streghe in una visione che non esiteremmo a definire radiosa. Era il signore di prati verdi smeraldini, vestito con un’impeccabile tuta rossa, il domino nero a punta sulle gote. Quando sorrideva, mostrava una chiostra di denti bianchissimi alla JFK. Il sole splendeva alto e chiaro, e nel sogno il ricevimento nelle Foreste profonde era apparecchiato per tutta la famiglia. L’Ombra che cammina ci accoglieva come un moderno Salomone, pronto a a giudicare benignamente, lasciandoci andare poi rigenerati: “Ombra, confesso che ho peccato…”. Lettori delle sue avventure eravamo da un paio d’annetti, da quando, cioè, avevamo cominciato a conoscere il fumetto americano. Ma presto avremmo scoperto quello italiano per adulti, in formato pocket: il numero 1 di Diabolik ha visto la luce nel novembre 1962, contemporaneamente al direttore di questa rivista, e poco dopo sarebbero venuti Kriminal e Satanik, disegnati dalla mano michelangiolesca di Magnus.

    Diabolik era l’ombra dell’Ombra che cammina, e a testimonianza dell’amoralità del lettore bambino, il fatto che uno fosse un giustiziere e l’altro un assassino in nero, non faceva differenza: l’importante era che fossero entrambi eroi misteriosi.

    Tracce di fantasmi cominciarono a trasferirsi dalla carta dei periodici al tessuto della notte. In capo ad altri due anni, il sogno si sarebbe ampliato a proporzioni galattiche, spostando l’asse delle nostre vite di lettori. Per parafrasare i versi di una canzone francese: « J’ai toujours été un homme qui passe / Un homme qui n’a jamais donné d’amour en retour / Un jour le Fantôme, un jour Diabolik / Un homme qui s’efface sans laisser de traces».

  2. 11 giugno 1964: ipnotizzati dalle meraviglie dell’edicola, ci fissammo sulla pubblicità del corrente numero di “Urania”. Era una pagina in bianco e nero all’interno del settimanale “Segretissimo” e reclamizzava L’altra faccia della spirale, l’ultimo romanzo di Isaac Asimov. A parte un breve testo, la pagina era illustrata da quel mago della grafica europea che è stato Ferenç Pinter, il grande designer italo-ungherese. Ora, se il tono dell’invito non fosse stato così alto; se il tratto del disegno non si fosse a noi presentato così radicale e modernista, il nostro nascente spirito critico vi avrebbe senz’altro resistito. Ma Pinter disegnava con un pennello usato come se fosse carboncino: le sue famose pubblicità per i libri Mondadori degli anni Sessanta sono oggi ritenute un capolavoro, e anche allora sprizzavano un’energia, un invito a trasferirsi in alto che non poteva essere ignorato. Trasferirsi dove, esattamente? Sull’altra faccia della spirale, come un Kubin che ordinasse: «Va’dall’Altra parte». Era esattamente dove volevamo andare noi, che in più sapevamo a quale spirale ci si riferisse: la galassia in cui viviamo, qualcosa come duecento miliardi di stelle.

    Decidendo della nostra vita per i prossimi cinquant’anni – ma allora non potevamo saperlo – chiedemmo che ci venisse regalato il fatidico numero 338. Un volume importante dell’”Urania” settimanale, con la copertina dovuta a un altro grande della grafica mondadoriana di allora, Karel Thole. Quando lo avemmo per le mani, ci rendemmo conto che non sarebbe stato facile mantenere la promessa fatta ai genitori, quella di leggerlo senz’altro. Il perché verrà spiegato tra poco. La copertina era buona, anzi più che buona, con l’interno di un osservatorio astronomico attrezzato in quella che poteva essere un’astronave scientifica. Sotto il visore panoramico che inquadrava lo spettacolo delle stelle vicine, uno schermo di inferiori dimensioni mostrava l’immagine complessiva della galassia, di cui un proiettore a raggi isolava un punto nero. Il punto si trovava su uno dei bracci esterni della spirale e due uomini minuscoli, in basso, ne osservavano la posizione con interesse, rapiti come davanti a un teatro. Tutta la composizione aveva un fascino teatrale: nelle luci, nel gigantismo delle macchine e nella solitudine dei due esseri umani, bagnati da una luce dorata che li rendeva simili a ballerini fra le quinte dell’Immenso.

    Che bisogno c’era, dopo aver contemplato un simile spettacolo, di leggere il complicato romanzo tradotto all’interno? Un romanzo che, per giunta, postulava una cosa tanto improbabile da rasentare l’assurdo, come la caduta dell’impero romano inscenata fra le stelle? Il problema delle copertine di Thole (anzi, il vantaggio) era che non si trattava di semplici illustrazioni ma di invenzioni totali: l’immagine non serviva a decorare un oggetto, a rimandare a un qualcosa, ma fungeva da romanzo in sé. Enigma e scioglimento, disegno e allusione erano già contenuti nella tavola, senza però esaursirsi: quelle pitture degli anni Sessanta erano finite e illimitate come il cerchio che le racchiudeva. No, la lettura di un romanzo, anche se di Isaac Asimov, non avrebbe potuto competere con una sintesi così geniale del fantastico. Ergo, non commettemmo l’errore di leggere L’altra faccia dell spirale prima di averlo messo nel suo contesto e aver recuperato gli altri due titoli della trilogia in un’edizione complessiva. Ma per questo sarebbero occorsi altri sette anni.

    Per la stessa ragione non leggemmo Il figlio della notte di Jack Williamson e Spaceman di Murray Leinster, due “potboiler” usciti poco dopo, ma ci accontentammo di assimilare i sunti scritti dai curatori con mano elegante, e pubblicati a pagina 2. Divorammo, invece, i racconti delle antologie Contatto con l’inumano, L’ultima trappola e Il guardiano. Nella loro brevità sentivamo di aver trovato qualcosa d’importante, ma cosa? Il fatto è che “Urania” era ingentilita dalla prosa ironica di Carlo Fruttero e Franco Lucentini, i nuovi timonieri della collezione; e tra risvolti ammiccanti e belle rubriche d’appendice, tra un rimando a Verne e uno al Marziano in cattedra, era come godersi la Biblioteca di Studio Uno (di Antonello Falqui) in un format da Biblioteca di Babele (di Borges). “Urania” tra letteratura e circo equestre, assurdi universi e galleria d’arte, accoglieva i disegni di Thole e i fumetti di B.C., le poesie futuriste dei lettori e i racconti angloamericani per alimentare un unico spettacolo da baraccone, il nostro periodico freak show.

    Vi si parlava di mostri, ma i fenomeni eravamo noi. Nel risvolto malizioso di un numero d’agosto si invitavano i vacanzieri – “assillati dall’invadente presenza dei vicini d’ombrellone” – a cercare refrigerio nelle avventure di alien tentacolati e creature di chissà quale sottomondo biologico, perché i lettori di “Urania” avevano più di tutti l’orticaria sociale (e già si capiva che erano predisposti all’auto-esclusione dai gironi meglio frequentati).

    Da parte nostra avevamo trovato uno specchio che ci riflettesse, il florilegio che ci avrebbe accompagnato fino alla soglia dell’età adulta. Quando, neanche a dirlo, avremmo cominciato a lavorare per Mondadori e avremmo dovuto prenderci cura di “Urania” come lei s’era curata di noi.

  3. Da allora in poi (1990) ci è sembrato che il nostro destino, se così pomposamente possiamo chiamarlo, fosse un caso interessante, ancorché non unico, di sogno che tracima nella realtà. Insieme a “Urania” formavamo una costellazione che non sarebbe più tramontata dietro l’orizzonte dell’oroscopo. All’atto dell’investitura ci sentimmo un po’ Re Sole e un po’ Hansel e Gretel: infatti, poche cose fanno più paura della strega del desiderio, il timore lacerante di non essere all’altezza della nuova situazione. C’era poi l’ansia retrospettiva di sciupare il sogno intatto di gioventù, quando eravamo semplici cultori della rivista. L’”Urania” della giovinezza era sacra e fuori discussione; quella più attuale e immanente era simile al monolito di 2001, alla cui ombra saremmo vissuti come scimpanzé sapiens, svezzati o da svezzare alla lotta per la sopravvivenza.

    Se, dunque, fino al 1989 era bastato corteggiarla cum grano salis, astenendoci dalla lettura quando non sembrava il caso (e qualche volta persino dall’acquisto), dal 1990 abbiamo dovuto alimentare “Urania” con noi stessi, in modo totale. Il cambio di prospettiva è a 360° , ma non è vero che quando si passa dietro lo schermo dei sogni quelli vadano in frantumi o evaporino come nebbiolina. È vero, invece, che i sogni vissuti si complicano, diventano carne e sangue: è questo il nodo da affrontare. Ed è indubbio che nell’occuparsi di “Urania”, Alma Mater e insieme creatura, ci sia una soddisfazione particolare: quella di essere tornati ragazzi grazie al lavoro. Di poter instaurare una relazione perfetta con l’oggetto del nostro interesse, qualcosa di esclusivo, rarefatto e al riparo dagli scossoni della vita. Naturalmente, prima o poi bisogna fare i conti con tutta una serie di problemi, ma le sfide che una situazione del genere comporta sono affascinanti. Ad esempio, visto che l’amata collezione parlerà principalmente per bocca nostra, quale linguaggio fornirle? Come vestirla, farla apparire, dialogare con i lettori?

    Dal punto di vista industriale “Urania” è una proprietà del suo editore e una macchina che andrebbe avanti anche senza il nostro apporto personale, perché morto un curatore se ne fa subito un altro; eppure in sessantun anni di vita, tanti quanti ne conta il nostro periodico, cinque sono stati i suoi timonieri, tre più una coppia di due: si è trattato perciò di una collezione tutt’altro che priva di identità. Ed è proprio in questa dualità – il bisogno di avere un carattere e le indubbie esigenze societarie – che si rispecchia la sfida lanciata da “Urania”, con tutte le complicazioni del caso rispetto agli oggetti di pura fantasia.

    Per riuscire ad affrontarla, si possono adottare due atteggiamenti complementari. Da una parte, rinnovare la passione per il bell’oggetto che abbiamo per le mani: “Urania” sarà più che mai la cosa che prende forma sotto i nostri occhi, che rivela sorprese, dandosi l’aria di una porta sull’ignoto spalancata fra le amenità dell’edicola terrestre. Dall’altra bisognerà accettare un certo distacco, il fatto che la rivista non sarà più soltanto nella nostra testa o nella pancia, ma anche fuori di noi, come qualcosa che sia stato partorito. È la cosa che lascia più perplessi: al momento di festeggiare un anniversario, dopo aver costruito un numero particolarmente riuscito, il nostro gradimento sarà intenso, bruciante ma non identico a quello del lettore che va semplicemente in edicola a comprarlo. Ci sono titoli dei quali andiamo fieri, è bello vederli pronti e finiti, ma è quasi come se non ci riguardassero più. E intanto bisogna già pensare al prossimo progetto...

    Forse per questo è così difficile sognare “Urania”. Ripensando alle notti degli ultimi vent’anni, constatiamo che la collana in sé e per sé vi è entrata raramente, quasi sempre con un particolare (un titolo, una discussione su un autore) che non erano l’elemento centrale del sogno, ma un piccolo accessorio. Abbiamo sognato altre collezioni: la Serie Gialla Garzanti dalle tre scimmie; le antologie periodiche compilate da Ellery Queen per Mondadori, ma non lei direttamente, non un numero speciale o desiderato della nostra preziosa*. E tuttavia, dal 1990 i sogni a base di uffici mondadoriani, riunioni improvvise e problemi insoluti sono aumentati in modo esponenziale (insieme a quelli, più rari, di felicità assicurata, obbiettivi raggiunti, plauso universale). Se dunque un’”Urania” potenziale non appare facilmente nei sogni del curatore, è innanzi tutto perché l’abbiamo già sognata; anzi, la nostra vita attuale è il frutto di quel sogno. In secondo luogo perché abbiamo imparato, in una certa misura, a frenare il desiderio per paura di esagerare… Ma il bello è che in ventitré anni non ci siamo affatto ripresi dallo stupore e il triangolo Urania- Lippi-Ignoto (Inconscio?) potrà riservare altre sorprese. Quanto al sogno in sé, siamo sicuri che dovrà dilagare dal giorno alla notte e viceversa, sbarazzarsi dei freni residui e permettere a chi scrive, al suo socio d’ombra e a tutti i lettori di tuffarsi nei prossimi universi “di meraviglie e di gloria”.

Giuseppe Lippi

*Fino ad oggi. Vedi caso, stanotte (la notte in cui scrivo, non quella in cui mi leggete) l’ho sognata improvvisamente, ed era magnifica. Preparavo la copertina dell’imminente numero 1600 di “Urania”, che uscirà nel novembre 2013 e che volevo festosa, con la cifra 1-6-0-0 stampigliata a caratteri dorati su tutto il piatto, come in occasione del cinquecentesimo volume. Forse la scrittura di questo articolo mi ha aiutato? È per questo che posso parlarne, ormai, al singolare? Chissà. Controllate le edicole a novembre…!

1147 commenti

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