Perchè Oceano

Antonio Lo Iacono - in navigazione per l’isola di Santa Catalina – California - 1982

Alcuni miei frammenti per questo numero zero di Oceano (il primo l’ho scritto domenica 23 Giuno 2013, il secondo e il terzo sono due pezzi di un libro intervista (Parole nel vento) che uscirà a Luglio e il quarto l’ho pubblicato sul “Lunario poetico” (stampato nel 2006 da Edizioni del Giano Roma).

I frammento

Perché Oceano?

Per i sette decimi che circondano il pianeta

Perché è l’origine della vita e sa accogliere la morte

Perché non si può morire senza averlo navigato

Perché si sa arrendere al vento e alle correnti

poi sa integrarli nel caos dinamico

Perche è sempre vivo e respira come un organismo

Perché  ci si può immergere nel profondo del mistero

è la storia, il presente e la speranza del futuro

Perche è terribile e meraviglioso

come l’esistenza  per i poeti…

Perché sa giocare con la terra e col cielo

Perché non separa le genti

e ispira ad ogni ammiratore

il  desiderio dell’orizzonte....

                  Antonio Lo Iacono

II Frammento

……qual è il senso del viaggio?

Io cerco di non saperlo prima di partire. A parte i viaggi organizzati di lavoro, etc..Ogni viaggio è nel presente, in quello che mi porto dietro e in come mi raffiguro la fine. Navigare, errare, vagabondare, esplorare….dimenticare, scoprire, ricercare desiderando.

Non è cambiando cielo che si cambia animo (Orazio).  Non sono d’accordo… o forse si. Qualche viaggiatore vive il momento, non si attacca alla terra, non si fa incatenare alla roccia come il Titano Prometeo, non vuole legami e cerca una continua trasformazione, segue Hermes che si ispira al disordine e alla casualità, evita le leggi fisse. Qualc’un altro cerca la terra (promessa?) che sente propria, per costruirci una dimora stabile per se e per la comunità che farà nascere…gli altri sono turisti per caso…. Ma anche la psicoterapia non è che una navigazione metaforica (talvolta reale con la mia idea di velaterapia - Vedi il mio Psicoterapeuta in mare - Roma 2009) con due persone d’equipaggio che hanno motivazioni diverse, ruoli diversi (talvolta confusi o scambiabili), in un mare di memorie, di emozioni, di luci e ombre che hanno bisogno di costruire, o ricostruire, un senso nell’esistenza…

E il Ritorno?

Il ritorno è un processo di verifica di un percorso lentissimo che ha la funzione di monitorare la crescita della persona per costruire delle scelte programmatiche esistenziali. L’andata, in ogni viaggio, è una slancio entusiastico verso l’ignoto, verso un futuro dinamico che può eccitare la fantasia di un individuo giovane e inesperto, il ritorno è invece come un processo di riesamina di quello che si è costruito e di quello che si sta abbandonando alla fine del viaggio. Il ritorno è una bilocazione della persona che sta pensando, magari con nostalgia, al porto di partenza, anche se in realtà sta ancora navigando nel presente e spera di tornare. Il ritorno è un’affezione a luoghi e storie passate tinteggiate di nostalgia e di desiderio, dove ci si illude di rituffarsi rientrando nell’antica dimensione temporale. Il ritorno di Ulisse è legato al bisogno di incontrare le proprie origini affettive e di ruolo (re, padre, marito) che aveva dovuto in parte dimenticare per obbedire e sopravvivere alla sua curiosità. Il ritorno di Cristoforo Colombo è il ritorno di chi voleva affermare la propria ragione legata ad una intuizione collegata alla propria realizzazione e glorificazione. Che accadrebbe se un  giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: “Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione”...(Friedrich  Nietzsche, La gaia scienza)

le parole del ritorno...

Finalmente, un lungo sospiro, riconoscimento, inquietudine, mancanza, come eravamo.

E la nostalgia?

La voce del ritorno, il dolore che riaffiora, la malattia della casa, la speranza di tornare indietro. Dopo un iniziale spaesamento e un primo adattamento alla nuova situazione, il pensiero può adagiarsi su ricordi piacevoli del passato. Ogni diversità sensoriale, culturale, linguistica e sociale, fa rimpiangere il proprio paese, tanto da mitizzarlo, poiché la nostalgia dopo molto tempo si cristallizza e nobilita il passato. Infatti è il tempo e non lo spazio, il baricentro della nostalgia. Nel luogo della giovinezza si può talvolta tornare, magari si rimane delusi, sembrerà tutto più piccolo, più povero, più vuoto...ma il tempo no, non torna indietro; questo è il disagio, l’ansia e il dolore dell’anima nostalgica. L’immaginazione di un buon ricordo può far ammalare e annientare una persona. C’è un paradosso nella nostalgia che si chiama speranza; speranza che tutto torni come prima, in qualche modo una sorta di nostalgia del futuro. Questi ricordi sono i mattoni della conoscenza, una reminiscenza di platonica memoria che si nutre della propria storia originaria per affrontare con più forza l’altrove. L’idea di “terra materna”, dopo la separazione e lo sviluppo dell’autonomia, è una ricerca di integrazione esistenziale, un potenziale nutrimento per esprimere letterariamente e poeticamente l’identità di ogni artista e ricercatore.

tornano i naviganti a

ognare la terra

quando il vento tarda ancora

e il pensiero si colora di

antiche memorie

apre il dolore la lontananza

tra stelle e lunghe attese
……………………

e manca  nel cuore della nave

l’orchestra del mare

oscillando tra ora e allora...

III Frammento

Ma lo scopo principale della vita è davvero essere felici?

Così ripetono molti da Aristotele ad Agostino da Blaise Pascal al Dalai Lama. C’è chi afferma che si nasce con un valore di base di felicità, quasi una programmazione genetica, c’è  chi la identifica con il piacere e il godimento dei sensi, col divertimento coatto e programmato, con lo sballo del sabato sera dove è obbligatorio ubriacarsi o drogarsi per lasciarsi andare senza maschera esprimendo quello che per insicurezza caratteriale e fragilità emotiva non si riesce a comunicare nel vivere quotidiano…Ci sono inoltre molte ricette per raggiungere la felicità. Molti sono i propagandatori di felicità, sacerdoti e laici la predicano, la scrivono sui libri, ma restano delle istruzioni per passare il tempo, per non pensare troppo negativo, un copione di vita che non ci potrà mai appartenere completamente, vista la nostra umana unicità. La felicità può succedere quando la si incontra per caso, quando si coglie al volo senza difendersene, non certo quando si cerca disperatamente come il bisogno di acqua per l’assetato che ha attraversato il deserto. Più l’esistenza è centrata sul raggiungimento della felicità è più essa diventa una irraggiungibile chimera. Qualcuno ne ha solo sentito parlare, altri sono convinti che sia un dovere essere felici. Credo che la felicità sia connessa alla semplicità e a una forma di innocenza. Ma anche l’idea della bellezza è una promessa di felicità diceva Stendhal.

Sei felice? Lo sei stato?

Mi è successo, mi succede, anche se lo stato di felicità è spesso mescolato con altre emozioni. Una sorpresa, un regalo inaspettato (me piccolo aspettando papà). Un incontro speciale. Un albero per arrampicarsi. Correndo a perdifiato. Una discesa sulla neve. Un innamoramento. Una scoperta casuale (beatitudine). Una mia conferenza in un’altra lingua. Navigando di notte in barca a vela. A cavallo nel bosco (gioia e liberazione). Guidando la moto (eccitazione). Un combattimento (arti marziali). Lasciandomi spingere da un forte vento sul windsurf (eccitazione, talvolta quasi estasi). Quando finisco di scrivere una poesia che amo (contentezza e soddisfazione). Quando parto da solo senza meta per un lungo viaggio (stimolo e istinto di avventura). Quando torno a casa (dolce nostalgia). Quando sto cercando di far nascere qualcosa…anche ora lo sono….senza perché o con molti perché. Io credo che la felicità possa racchiudersi in una parola da me coniata: drammautogeno, cioè la vita semplicemente che genera l’azione e l’azione che vivifica la persona. Quindi occasioni di semplicità, vivere quegli aspetti della vita connessi alla propria natura, possibile reciprocità, centratura sul tempo e lo spazio del momento, saper navigare nella crisi come opportunità di ricerca e scoperta, comunque viaggiare senza fretta e senza l’ansia di arrivare.

Secondo te  quali sono gli ostacoli a una vita felice?

Ci sono alcune ricerche inglesi e statunitensi che collegano la felicità infantile al futuro successo economico degli stessi da adulti, mentre lo stato del Bhutan propone, con sottile ironia, la felicità interna lorda, monitorando la qualità dell'aria, la salute dei cittadini, l'istruzione, la ricchezza dei rapporti sociali.

Io penso che la vita felice sia collegabile alla consapevolezza esistenziale e alla comunicazione, non solo a livello individuale ma anche sociale. Per intenderci il vecchio dilemma: avere o essere che ha riproposto Fromm. Condivido con lui il pensiero legato alla libertà umana limitata dal nostro io, dal possesso; la libertà per poter essere creativi che comporta non avere legami che impediscono la propria autorealizzazione. Credo anche che sia importante esplorare l’infelicità per comprendere la felicità. Il primo ostacolo alla felicità, che mi viene in mente, è l’eccesso in tutte le sue manifestazioni. L’eccesso di parole, di beni, di ricchezza, di pensieri, di protezione, di cibo, di fatica, di responsabilità, di potere, di regole, di digiuno, di religione, di relazioni, di bisogni, di preoccupazioni, di cure, di povertà, di amore. Un eccesso che potrebbe rendere dogmatici, bigotti, derelitti, dittatori, simbiotici, bulimici, logorroici, paranoici, anoressici, stremati, ipocondriaci, fanatici, affetti da sindrome di Münchhausen, Kamikaze, dipendenti compulsivi, terroristi, masochisti…Poi un altro ostacolo potrebbe essere la rigidità di pensiero, quindi la difficoltà ad arrendersi ai cambiamenti naturali dell’esistenza, fissandosi in modo ossessivo a un ordine precostituito e immutabile, per difendersi dalle interferenze che arrivano, con flusso continuo, dall’esterno; cioè attraverso un atteggiamento perfezionista controllare, ad ogni costo, la propria inattitudine a dominare il Caos esistenziale. L’incapacità nel lasciarsi perdere in un labirinto è il punto debole di questa rigidità per cui chi è perfezionista rischia talvolta più di altri nel trovare la via di uscita. Ancora un possibile ostacolo a una vita mediamente felice può essere il non saper dire addio a nessun oggetto, nessuna persona, nessuna situazione, rimanendo nel solito tempo e nel solito spazio. Questo congelamento spazio-temporale tipico di un carattere conservatore incentiva l’idea di possesso e di cumulo continuo, un po’ come il personaggio di Mazzarò, nella “Roba” di Giovanni Verga, così affezionato alle sue terre da desiderare di portarsele con se all’altro mondo. Riguardo questa idea di possesso Freud scriveva nel 1938 a suo figlio Ernst: “È tipico degli ebrei non rinunciare a qualcosa e sostituire ciò che si è perso”.

IV Frammento

In-contro

Incontro

è una carezza dell’anima

è un tuffo al cuore

o forse un dolore

un silenzio imbarazzato…

Incontro è un antico sapore

un passo amico nel deserto

un nome che emerge dal buio

un odore che sa

della tua pelle

Incontro è un appuntamento mancato

che ti fa scoprire un lago salato

dove navigare… chissà…

per nuove serendipità…

Incontro è lotta senza quartiere

è scavare dentro

per cercare il miele…

Incontro

è un fuoco ghiacciato

che sa svelare un segreto

un morire senza fine

uno sguardo e … un sorriso …

Incontro

è il primo sguardo

sull’infinito…

                        Antonio Lo Iacono 

Antonio Lo Iacono

Psicologo del Lavoro, Psicoterapeuta, CBT (Certificated Bioenergetic Therapist) dell’ International Institute for Bioenergetic Analysis) dal 1982, Direttore dell’Istituto di Psicoterapia Psicoumanitas www.psicoumanitas.it,  Presidente della Società Italiana di Psicologia  www.sips.it, Presidente dell’European International Institute Emergency Psychology. Dirigente del Coordinamento Ricerche Anti Mobbing CORAM www.coram-mobing.it. Fondatore dell’Osservatorio Disagio (ODI). Come Poeta ha pubblicato tre libri di poesie: “Navigando - Poesie terapeutiche “ Pieraldo Editore – Roma 1994, prefato da Amelia Rosselli e  “Il guaritore del tempo”  Editore” Il libro Italiano” Ragusa 1995, con prefazione di Antonio Veneziani.  Uroboro – poesie psicopolitiche Edizione  Del Giano – Roma 2010, prefazione e introduzione di Maria Rita Parsi e Enzo Spaltro. Ha organizzato, tra l’altro, convegni, anche internazionali, sulla Creatività e la Poesia, sulla Solitudine, sulla Psicoterapia. E’ stato menzionato in Who’s who in the world dal 2001. Pubblica in varie antologie poetiche e nel Lunario di poesia dal 2002. Ha fondato l’Associazione “Mare Aperto” e pubblicato con Edizioni Alpes il primo libro sulla velaterapia (Psicoterapeuta in Mare).  Conduttore di gruppi d’Incontro dal 1977, Docente di Psicologia Clinica dal 1979 presso la Scuola Medica Ospedaliera, ha, inoltre, tenuto seminari e docenze di psicologia in vari enti e università  anche all’estero. E’ autore di vari libri di Psicologia. antoniolettere@gmail.com

 

176 commenti

  • Link al commento Michaelfaw Giovedì, 12 Ottobre 2017 20:35 inviato da Michaelfaw

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