Questione di muri mentali e di sogni

Rifletti quanto buia diviene la vita quando un misero mortale vuole essere il sole di se stesso.

(Geremia Gotthelf)

Obiettivo di questo lavoro è quello di addentrarsi con il Lettore nell’analisi di alcune dimensioni psichiche cercando di evidenziare quelle coinvolte nel creare i presupposti per una “normale” ed “equilibrata” presenza nel mondo.

Nel far questo guarderemo anche ad alcune modificazioni a cui tali dimensioni possono andare incontro aprendo la strada per nuovi equilibri più o meno stabili o precari con un doppio sguardo: uno al di qua e uno aldilà del “muro” che delimita una stanza di psicoanalisi.

Entrando subito nel vivo della questione, invito il Lettore ad immaginare metaforicamente l’esistenza di una sorta di “muro mentale” il cui solo scopo è quello di mantenere una separazione tra due spazi: quello dell’Io, vissuto dal soggetto, e quello del Non-Io, dell’Altro, delle Cose, del Mondo in cui l’Io stesso è immerso e da cui si distingue proprio grazie all’esistenza del “muro” stesso. Questo “muro”, riprendendo Eliade da me già citato altrove(1), definisce l’Io come un “punto fisso” assoluto, un “Centro” sottraendolo dalla distesa omogenea ed infinita, senza punti di riferimento né possibilità alcuna di orientamento(2).

Interrogandoci su quali potrebbero essere i “mattoni” del “muro”, credo sia possibile individuarli in quell’insieme di processi neurobiologici che sottendono alla simbolizzazione e all’organizzazione narrativa specifici del genere Sapiens. Per comprendere le riflessioni che propongo sul “muro mentale”, in questa sede ritengo che sia sufficiente limitarsi ad illustrare solo una delle importanti risultanti di tali processi psichici: la creazione e il mantenimento della distanza tra il nome e la cosa a cui il nome stesso si riferisce tralasciando di approfondire le due ipotesi più studiate, adualistica e imitativa, che si occupano di spiegare la nascita dell’Io. I mattoni che costituiscono il “muro mentale” segnano il confine tra il Mondo fisico da una parte e la sua verosimigliante rappresentazione psichica, individuale e/o collettiva, narrativa dall’altra; sarà grazie all’esistenza di questo “muro” che si acquisirà progressivamente la possibilità di distinguere, ad esempio, tra Io, tra un albero concreto e dotato di esatta collocazione spazio-temporale e tra la sua riproduzione mentale che potrà essere richiamata a piacere dall’Io senza vincoli di luogo e tempo.

Abbiamo introdotto la distanza tra nome e cosa. Per nome, in questa sede, non intendo soltanto la semplice parola con cui ci si riferisce ad un oggetto anziché non ad un altro, ma anche tutta la costellazione di significati che quella cosa stessa racchiude e attraverso cui può essere conosciuta e compresa.

Soffermiamoci ora su un importante aspetto partendo da una domanda: come nasce il nome delle cose?

Dio il Signore, avendo formato dalla terra tutti gli animali dei campi e tutti gli uccelli del cielo, li condusse all’uomo per vedere come li avrebbe chiamati, e perché ogni essere vivente portasse il nome che l’uomo gli avrebbe dato(3).

Già nelle Sacre Scritture si evidenzia la necessità umana di dare un nome alle cose tanto che, come il Dio crea il mondo fisico, all’uomo viene affidato il compito di ri-creare un mondo verosimigliante al primo attraverso la rappresentazione narrativa mentale di questo. Nella Genesi il nomenclatore è unico: l’uomo. Nella nostra realtà la situazione non cambia di molto se sostituiamo Adamo con il senso comune.

Volendo definire il senso comune potremmo dire quindi che esso è la comprensione condivisa del Mondo nella quale tutti ci troviamo radicati, l’attribuzione di un “nome” a una cosa a partire da credenze accettate dalla comunità.

Il mondo della vita quotidiana (Lebenswelt) è un mondo comune, fin dall’inizio dato nella sua essenza intersoggettiva e pratica, un mondo (questo di tutti) storico, pre-esistente alle intenzioni dei singoli individui, conosciuto pre-teoricamente come una costruzione a priori che si presenta ad alter come ad ego(4).

Tornando al “muro mentale” potremmo paragonare il senso comune sia alla malta che aggrega i mattoni sia al carpentiere che ne orienta la disposizione e indica la forma finale. Tengo a precisare che mentre la malta è parte integrante del muro, il carpentiere ovviamente non lo è. Questa sottolineatura, che di primo acchito può apparire banale, in realtà serve a delineare un’integrazione della definizione di senso comune ora proposta e in cui le credenze, come il carpentiere, esistono prima del muro e dell’Io stessi.

Se ci limitassimo a questa definizione secondo me non si coglierebbe un significato ancora più profondo del senso comune e ci si esporrebbe al rischio che tali credenze “condivise” si concretizzino come veri e propri “pregiudizi” sulla base dei quali comprendere il Mondo e gli altri(5). Sebbene Gadamer(6) riabiliti il concetto di pregiudizio come condizione necessaria alla comprensione, nei casi peggiori, come a mio parere oggi avviene spesso, quando l’oggetto del comprendere non è più la “cosa” ma soltanto il “discorso” sulla cosa, il senso comune finisce con l’esser definito dalle “chiacchiere”. Quando introduco il termine “chiacchiere” non intendo far riferimento alla funzione fàtica di comunione malinowskiana(7), anzi intendo l’esatto contrario dal momento che lo stile comunicativo odierno è caratterizzato, a mio avviso, da una deriva verso la comunicazione fàtica alla Jakobson(8). Per chiacchiera intendo quindi ciò che descrive Heidegger: la chiacchiera è la possibilità di comprendere tutto senza alcuna appropriazione preliminare della cosa da comprendere. La chiacchiera garantisce già in partenza dal pericolo di fallire in questa appropriazione. La chiacchiera, che è alla portata di tutti, non solo esime da una comprensione autentica , ma diffonde una comprensione indifferente, per la quale non esiste più nulla d’incerto(9).

Tornando alla nostra metafora, ritengo che si possa però provare ad immaginare il senso comune, anche come la malta del “muro” ossia come un qualcosa di intrinseco ai processi psichici dell’essere umano. Quest’accezione, nella definizione del senso comune che in ultimo impregnerà, caratterizzandoli, individuo e società, non esclude o sostituisce la prima ma le due visioni si integrano e completano vicendevolmente.

Alla concezione del senso comune di tipo più cognitivo ne sto affiancando quindi una che recuperi il carattere intuitivo e non-proposizionale del senso comune basata sugli aspetti emotivo-affettivi e sulla corporeità. Sto proponendo quindi di guardare al senso comune in modo neurobiologico ossia come ad un apparato sensoriale pre-riflessivo che colga gli stimoli provenienti dall’ambito delle relazioni interpersonali, li elabori e infine rilasci impulsi che orientino rispetto al mondo sociale quotidiano consentendo all’Io di sintonizzarsi e adattarsi a ciò che è comune e che viene riconosciuto come tale. Seguendo i progressi delle ricerche neurobiologiche e, in particolare, le ipotesi di Damasio, potremmo immaginare quindi tale apparato come l’attività d’insieme di alcuni dispositivi cerebrali e neuronali che veicolano in ogni momento la rappresentazione e regolazione di quelle emozioni di fondo, ossia di quelle sensazioni, sempre presenti nel nostro organismo, che andrebbero a costituire le basi motivazionali del nostro agire spontaneo che precede ogni riflessione cognitiva.

A mio avviso questo modo d’intendere il senso comune potrebbe spiegare sia la possibilità heideggeriana di “affidarsi all’ente” - alle cose del mondo - “in modo che questi si manifesti per ciò che è”(10) senza necessità di nasconderne delle parti o di temere di lasciarle essere per quello che sono, sia la Bildung(11) gadameriana nella frazione della spinta dell’uomo a quel certo grado di estraniamento dalla propria individualità al fine di sciogliersi nelle manifestazioni della matrice gruppale (istituzioni, lingua, usi e costumi, etc.) della cultura, della storia e della società in cui l’individuo è sempre situato e orientato e da cui è determinato.

Il senso comune a mio avviso è allora quanto risulta dall’embricatura progressiva delle due componenti evidenziate, che dovranno miscelarsi in modo equilibrato per garantire all’Io una comprensione del Mondo genuina e interessata di tipo non pre-scrittivo ma interpretativo a cui ciascun individuo partecipa spontaneamente, intuitivamente e in maniera non riflessiva. Uno sbilanciamento delle parti che lo compongono avrebbe ripercussioni certe sul senso comune e per illustrarne alcune in modo breve ma, mi auguro, preciso invito il Lettore a seguirmi nello scenario mentale che viene a realizzarsi se, ad esempio, si lasciasse alla “chiacchiera” il compito di tessere il senso comune.

Assisteremmo subito a un’alterazione del rapporto tra il nome e la cosa e tra l’Io e il Mondo e, passando alla nostra metafora, potremmo dire che risulterebbe alterato il “muro mentale” e di conseguenza l’interazione con la realtà e la sua comprensione.

Come avviene ad Alice di Carroll la stanza che si vede attraverso lo specchio è proprio uguale al nostro salotto, soltanto che le cose sono messe alla rovescia. E dopo aver fatto finta che si possa entrare attraverso lo specchio quello diventa come una specie di nebbia! dev’essere facilissimo entrarci … Alice si trovò sulla mensola del camino, mentre diceva così, sebbene non sapesse in che modo si fosse arrampicata lassù, e certo lo specchio cominciava a dissolversi, come una luccicante nebbia argentea. L’istante dopo, Alice passava attraverso lo specchio e vi saltava agilmente dentro. E, una volta entrata, quasi tutto inizia ad essere completamente diverso. Per esempio, i quadri appesi alla parete accanto al camino sembravano vivi e perfino l’orologio sul caminetto aveva la faccia di un vecchietto e le sorrideva bonario e […] i pezzi della scacchiera le passavan davanti camminando a due a due(12).

Il nome “chiacchierato” rimane infatti un vocabulum emortuum, come specificato altrove(13), che descrive un Mondo dal quale progressivamente l’Io si dis-ancora. Il legame dell’Io con le cose sarà un legame blando e progressivamente si diluirà anche il rapporto tra l’Io e la propria corporeità. Il soggetto sarà sempre meno capace di comprendersi nel suo essere corpo di un mondo. Potremmo dire che si erige un “muro mentale patologico” lì dove non ci dovrebbe essere e il corpo rimane scisso dall’Io che tenderà ad identificarsi sempre di più con la parte di sé incorporea. Corpo non più soggetto ma oggetto tra i tanti oggetti del mondo e che con sempre crescente difficoltà verrà compreso dall’Io nel suo essere sano o malato, nei suoi bisogni e nelle sue necessità. Io corpo per altri(14) che non sarà più in grado di nominarsi, di parlare delle proprie emozioni e di adeguare il proprio agire a ciò che sente in prima persona. Ne consegue che la comprensione soggettiva del reale e del proprio essere corpo necessiterà in modo continuo di un sostegno esterno che offra all’Io mappe concettuali per dare significato al Mondo e a se stesso nel suo essere un corpo. Alterandosi il rapporto dialettico di Gadamer e essendo l’Io sempre più incapace di darsi un significato in modo autonomo, l’identità sarà quindi prevalentmente definita socialmente e non attraverso la progressiva presa di coscienza dell’individuo sul suo essere. L’Io dipenderà così dal contesto mondano col quale però, poiché decurtato del corpo che solo consente di partecipare al mondo stesso, progressivamente non sarà più in grado di co-esistere (Mit-dasein) e sempre meno sarà capace di abitare in comunione (Mit-welt). In altre parole, il rifiuto del corpo si traduce in ritiro dal mondo, dalla società, dalla solidarietà, dall’impegno nel mondo stesso(15) e nell’impossibilità di soffermarsi in modo indisturbato presso (Auf-ent-halten) le cose lasciandole essere per quello che sono, come direbbe Binswanger. E da quest’ultima impossibilità deriva la necessità di ricorrere ad apparenti compensazioni, ideali fissati (verstiegene Ideal), per tentare di arrivare ad un punto d’appoggio (Aufenthalt), ad un nuovo ordine che produca comprensione nel caos e nell’angoscia derivanti dall’esperienza della perdita dell’evidenza naturale delle cose. E spesso, proprio in assenza di una diretta percezione e comprensione dei propri limiti e possibilità, questi ideali vengono fissati troppo in alto come ne Il costruttore Solness di Ibsen dove il protagonista costruisce oltre quanto possa salire invece di crescere mantenendo il giusto rapporto tra aspirazione e comprensione(16), rimanendo con i piedi per terra e sperimentando la fatica di conservare il contatto con il mondo e le sue cose.

Portando all’estremo la perdita dell’essere corpo, ciò che si concretizza sarà una presenza vuota dell’Io che si nutre di sé, presenza che difesa come una fortezza(17) verrà distrutta non dal nemico ma per lo scempio provocato dagli stessi meccanismi difensivi interni.

Ho precedentemente fatto riferimento alla dipendenza dell’Io dal contesto mondano. A questo proposito mi appare necessario sottolineare che indebolito il “muro mentale” fisiologico e eretto o generatosi quello patologico, l’Io perde possesso di sé e si affida al contesto che diviene giudice indiscusso. Questo a mio avviso potrebbe contribuire a spiegare non solo l’ovvia deriva paranoica o altri tratti dei quadri psichiatrici più gravi ma anche l’attuale eccessiva tendenza a concedersi, omologandosi in massa, al dettame dell’ambiente sociale senza prendersi il tempo, per vergogna, di chiedersi “è ciò che desidero?” e di darsi una risposta. Ed è infatti proprio la vergogna verso l’esterno a testimoniare lo spostamento del centro di gravità della nostra esistenza, del nostro proprio Sé al giudizio degli altri vissuto come fissato(18) e come scriveva Pirandello: fermati per un momento e guarda qualcuno che sta eseguendo l’atto più comune e ovvio della vita, fissalo in modo tale che quello che fa non è chiaro per noi e può allo stesso modo non essere chiaro per lui stesso; fai questo e la sua fiducia in se stesso si offusca improvvisamente ed egli inizia a desistere. Nessuna folla potrebbe essere così sconcertante come quel paio d’occhi che non vedono, occhi che non vedono noi, o che non vedono le stesse cose che noi vediamo(19).

In risposta alla vergogna, secondo le indicazioni del vecchio proverbio chi non agisce non sbaglia assistiamo oggi a numeri esponenzialmente crescenti di uomini e donne che abbandono la libertà per la necessità, quella rigida degli oggetti, e con un atto di volontà ben definito si progettano nel mondo come cose. All’agire, ossia al compiere delle azioni in vista di uno scopo, sostituiscono il fare, il compiere bene compiti senza responsabilità alcuna degli scopi finali. L’importante è adempiere quanto prescritto e descritto dal mansionario, abbandonando la personalità per la funzionalità. E attenzione: come cose si progettano anche le esistenze schizofreniche quando, sentendosi ormai oggetti estranei a loro stesse, concretizzano questa esperienza nel blocco catatonico manipolabile a piacere da chiunque desideri farlo!

Il percorso finora tracciato parte da un’alterazione del senso comune o, per tornare alla metafora, da crepe nel “muro mentale” fisiologico e dalla creazione di un “muro mentale” patologico.

Andiamo ora a vedere cosa succede da un punto di vista psichico quando frana per intero il “muro mentale” fisiologico e l’Io si viene a trovare spogliato del senso comune.

Potremmo subito affermare che l’Io perde la possibilità di comprendere il mondo nel modo in comune e si confronta con la catastrofe dell’esperire in cui il Terribile è già accaduto come ha scritto Heidegger o, meglio, sta per accadere come definito da Husserl.

Propongo un passo del Diario di una schizofrenica che mi sembra descriva, con la chiarezza di chi lo ha sperimentato in prima persona, lo stato d’animo di coloro che si trovano a subire tale perdita di senso.

Mi ricordo chiaramente il giorno in cui questo accadde. Eravamo in villeggiatura ed ero andata come altre volte a passeggiare sola in campagna… In quel momento scorsi un campo di grano di cui non vedo i limiti; e questa immensità dorata, luminosa sotto il sole, legata al canto dei bimbi-prigionieri nella scuola-caserma di pietra liscia mi diede una tale angoscia che scoppiai in singhiozzi. Poi tornai di corsa nel nostro giardino e mi misi subito a giocare “affinché le cose tornassero ad essere come ogni giorno” cioè per rientrare nella realtà. Fu la prima volta che percepii quegli elementi che più tardi dovevano essere sempre presenti nel mio sentimento di irrealtà: lo spazio senza limiti, la luce abbagliante ed il nitido, il liscio della materia”(20).

Al di fuori del senso comune il nome e la cosa coincideranno, la cosa equivarrà al ricordo e il Terribile così sarà sempre presente, immaginazione e realtà saranno la medesima cosa, i sogni diverranno direttive da parte di altre entità, la naturalezza degli eventi e delle cose verrà smarrita e verrà meno la presupposizione (Voraussetzung) circa la consequenzialità e la continuità dell’esperienza e del mondo: divamperà il sentimento schizofrenico della fine del mondo. L’esistenza non si progetta più in un mondo, come abbiamo già accennato, ma subisce il mondo stesso trasformandosi in sorte mondana, esistenza deietta (Verweltlichung) per dirla con Heidegger. Quando l’Io smarrisce l’orientamento, il perturbante (Unheimlich) inizia a dimorare nel mondo(21) e a spandere sentimenti sinistri che si incarnano nelle persone e nelle cose familiari che non saranno più tali contribuendo alla genesi di deliri persecutori. Il tempo si ferma in un eterno presente caratterizzato da atti senza domani, da atti fissati, da atti a cortocircuito, da atti che non tendono a concludere(22). L’Io rimane sopraffatto dal restringimento dello spazio vissuto, dal radicarsi delle cose nel nostro corpo, dalla vertiginosa prossimità dell’oggetto, dalla compattezza dell’uomo col mondo(23) che non riuscirà a distanziare (fallimento dell’Ent-fernung(24) di Heidegger) e che apre la possibilità d’essere contemporaneamente qui è là e l’allucinazione di corpi assunti dentro il corpo dell’Io, Io abitato e quindi privo di sé, cancellazione dei confini tra lo spazio proprio (Eigen-raum) e lo spazio esterno (Fremd-raum) che il corpo delimita.

E a dare una speranza d’uscita a questo Io, naufrago e assediato dall’angoscia del Terribile, arriverà quanto prima il suicidio della presenza come annullamento del suo essere coinvolta (verstrickt) nell’esperienza che non è più capace di controllare. Suicidio come fine di una presenza inconsistente che col mondo ha perso anche Sé in un nulla senza fine, suicidio che avverrà con la fuga nell’esperienza delirante (Wahn) che sottrae dal contesto sociale e propone un nuovo senso del mondo o con la morte che in questo caso non sarà fine della vita ma l’incapacità di una vita di far ritorno a Sé o con entrambi.

Finora abbiamo quindi visto che di muri psichici ne esistono, che possono essere fisiologici o patologici, che si possono spostare, modificare, crepare, crollare o creare e gli equilibri psichici cambieranno e con essi il modo dell’Io di essere presente nel mondo. E il mondo stesso cambia e cambiando modifica l’Io che, in movimento circolare, agirà a sua volta nel e sul mondo trasformandolo. Caratteristica del “muro mentale” è quindi quella del sistema nervoso umano: la giusta plasticità. Sarà proprio questa caratteristica ad impedirne lo scioglimento e al contempo l’eccessiva rigidità al cospetto dei cambiamenti del mondo che inevitabilmente accompagnano il fluire del tempo.

Mi piace sottolineare poi un altro aspetto. Questa plasticità si realizza in modo tale da abolire peculiarità di processi mentali tali che con netta e precisa definizione si possa distinguere tra un sano e un malato. Con questa affermazione non voglio ovviamente negare l’esistenza del disturbo psichico ma solo ricordare che tutti possediamo muri, tanto fisiologici come patologici: tutto sta nel vedere quanto siamo in grado di compensare i nostri elementi “meno” sani e fare in modo tale che non interferiscano con la conduzione di una vita giudicata “normale” proprio a partire dal senso comune. Se il senso comune sarà un senso “sano”, l’Io non dovrebbe avere difficoltà a comprendersi anche nella sua parte di dis-agio.

Ma c’è da soffermarsi a valutare bene l’attuale salute del senso comune. Oggi si assiste a una continua sottrazione di tempo al tempo dell’ascolto, ad una continua sottrazione di tempo al tempo del dialogo, ad una continua sopraffazione della cosa sul racconto (nome) circa la cosa stessa. In uno scenario del genere cosa di meglio che l’offerta televisiva, ad esempio, che porta la cosa dentro la casa, che crea il bisogno prima ancora che l’Io riesca a individuarlo e nominarlo e che lo solleva dalla fatica dell’incontro col mondo perché lo spiega con qualche brevi servizio problem solver?

Il mondo vero, quello fuori dagli schermi, rimane sempre più sconosciuto e affrontarlo può finire col far paura. E così, oltre la vergogna anche la paura. E tanto più grande sarà la consapevolezza della propria vulnerabilità e paura, della propria “debolezza” pirandelliana, tanto maggiore si fa poi il bisogno del reciproco inganno. La simulazione della forza, dell’onestà, della simpatia, della prudenza, in somma, d’ogni virtù massima della veracità, è una forma d’adattamento, un abile strumento di lotta.(25) E si arriva così, fortunatamente in pochi casi, al dramma di ingannare anche lo psicoanalista in seduta quasi che l’Io, ormai frammentato per sempre in un arcipelago di isole identitarie, non riesca più a percepirsi come dimensione unitaria e l’unica forma di presenza possibile risulta quella dell’attore che recita delle parti in commedia per ricevere apprezzamento e nascondere quei nuclei genuini del Sé reputati inidonei, sconvenienti o mortiferi per l’Io stesso se raccontati. E così il tempo si fissa, proprio come nella presenza schizofrenica. Ma questa volta nella sala operatoria del chirurgo estetico. Il parlar semplice e diretto mette troppo in contatto col mondo la cui comprensione è assai ardua da controllare e, di conseguenza, ansiogena. E allora viva il neologismo, di cui tra l’altro è esperta l’esistenza schizofrenica, roboante che si ancora ad un senso comune ormai solo a pochi, quando poi questi pochi non si riducano all’uno. Ed ecco la pletora di parole, le “chiacchiere” di cui sopra, che confondono e disorientano l’Io assediato da voci in assenza di corpi vivi che ricerchino la prossimità e l’incontro veraci in assenza dei quali avanza la dissolvenza della realtà.

Oggi sono scomparsi i rituali magici con cui in passato ci si difendeva dall’Imprevisto e attualmente ci si protegge confidando nella consequenzialità tecnico-scientifica. Alla fuga nelle tenebre si può provare ad opporre il muro della terapia farmacologia o della talking cure.

E così alcuni allora trovano rifugio nella psicoanalisi dove nell’intima stanza nulla si chiede ad un Io affaticato, lo si accoglie, non lo si veste frettolosamente con l’abito della diagnosi psichiatrica e si tollera la frustrazione della dilazione di comprensione. Stanza intima in cui il silenzio è prezioso (e non solo per gli psicoanalisti, come potrebbero dire i più maliziosi!) e lascia il tempo e lo spazio liberi per l’ascolto reciproco di presenze in risonanza. L’Io, nel migliore dei casi e come si augura sempre il clinico, può spogliarsi della pesantezza di esistenze truccate, lasciarsi accogliere per condividere il suo gioire e il suo patire cercando con fatica di integrare tutte le sue parti.

Ora però, e per non far “chiacchiere”, per non limitarmi a parlare “sulla” cosa, mi piacerebbe poter condurre brevemente il Lettore oltre il “muro” della stanza di terapia per fargli esperire in presa diretta ciò che in quell’ambiente accade quando due persone s’incontrano affinché, esperendolo in prima persona, possa formularsi un’idea propria esente da distorsioni che si verificano spesso quando la conoscenza si basa sul racconto di terzi e non sull’esperienza diretta. La scelta di presentare del materiale clinico è per me molto importante poiché mi sveste della neutralità difensiva della trattazione teorica e apre la porta alla valutazione diretta del mio operare, mi espone in prima persona a eventuali critiche, apprezzamenti o bocciature. Di ciò però non mi preoccupo non perché preda di solipsismo, ma poiché l’obiettivo che voglio raggiungere non è quello della presentazione tecnica di materiale clinico ma quello di testimoniare la necessità della comprensione diretta delle cose del mondo non temendo di esporsi, anche se questo significa esposizione dei lati vulnerabili. In fin dei conti, questo è l’incontro e anche una seduta di terapia è una cosa del mondo.

Vi presento allora F(26)., un uomo di 24 anni primogenito di due fratelli al suo terzo anno d’analisi condotta con una frequenza di quattro sedute settimanali ed avviata per una sintomatologia riferita come caratterizzata prevalentemente da “voci che s’innescavano nella testa insultando pesantemente le donne” ogniqualvolta aveva l’occasione di conoscere o frequentare le ragazze. In realtà questo problema si era via via ingrandito portando F. verso una vita più ritirata e verso un’iniziale interpretazione delirante in chiave persecutoria di alcuni normali eventi quotidiani. La sintomatologia era diventata nel giro di nove mesi progressivamente sempre più angosciante e F. decise di rivolgersi ad uno psichiatra per arrestare la sua fuga nelle tenebre. Fui io quello psichiatra. Dopo averci riflettuto abbondantemente, non ravvisai la necessità immediata di un trattamento psicofarmacologico e proposi di iniziare una psicoanalisi con la frequenza sopra indicata anche per comprendere meglio il quadro clinico. Non furono mai necessari psicofarmaci.

Oggi F. non sente più “voci”, si è lanciato con successo nel campo dell’impresa privata (prima lavorava come operaio) e si frequenta, in modo fino ad oggi stentato, con alcune donne. Al momento, i contenuti che nascono dal lavoro analitico, ci portano a lavorare prevalentemente attorno al tema della “relazione”, area in cui F., sebbene in modo molto meno marcato rispetto al passato, continua comunque a presentare alcune difficoltà delle quali è consapevole.

La sequenza di sedute che riporto è relativa alla metà del maggio 2009 e la scelgo ad esempio in quanto mi sembra illustri come sia stata fondamentale l’interpretazione di un sogno tanto per pervenire a una lettura finale più profonda, ampia e completa delle quattro sedute della settimana e di alcuni elementi di sedute più lontane nel tempo, quanto per comprendere meglio e meglio raggiungere F. lì dove realmente si trova in questa fase della sua psicoanalisi.

Riferito nel corso della prima seduta della settimana (lunedì) e sognato la notte precedente, il resoconto onirico di cui poco sopra ho parlato seguì un esordio di seduta caratterizzato dal racconto di una visita dentistica alla quale F. si era sottoposto durante il week-end e della quale segnalava principalmente “il dolore alla bocca” e il “dentista bravo ma evasore fiscale”. Pensai dentro di me e senza esporre alcun pensiero che il dolore alla bocca potesse rappresentare un riferimento al dolore per l’assenza del nutrimento analitico e il dentista “poco onesto” essere l’analista che abbandona nel fine settimana.

F. continuò a parlare riferendo che, per via di un’espansione propizia della sua Ditta, forse ad agosto avrebbe dovuto lavorare. Mi colpì il fatto che non gioisse né del “bravo” dentista né delle nuove possibilità lavorative in un periodo di recessione economica focalizzando invece l’attenzione su elementi persecutori che lo affliggevano. Mi venne spontaneo ipotizzare che F. già si stesse avviando a pensare alla pausa estiva dell’analisi. Infatti per lui, negli anni precedenti quel momento fu sempre fonte di forti vissuti d’abbandono e rabbia. Tenni per me tali pensieri.

A questo punto, dopo la metà della seduta, arrivò il sogno:

“Stavo con il mio amico e socio e venivano dei ladri che volevano rubare dal nostro magazzino. Però li prendevamo e io gli mettevo le manette. Poi usciamo dal magazzino e li lasciamo dentro. Sapevo però che quei tre erano mafiosi e che al nostro rientro nel magazzino la polizia ci avrebbe arrestati. Rientriamo e infatti la polizia ci viene incontro. Io dico: non oppongo resistenza e pertanto vi chiedo di non metterci le manette. Però lo fanno e ci portano via per arrestarci. Mentre andavamo via ero arrabbiatissimo e disperato: pensavo a cosa dire ai miei genitori! Pensavo anche di denunciare i mafiosi ma temevo per l’incolumità della mia famiglia. Rimanevo con questo dubbio”.

Seguirono spontaneamente poche associazioni che rimasero tali anche dopo il mio invito finale ad associare ulteriormente e dopo la richiesta di chiarimento di qualche dettaglio:

“L’unica cosa che mi fa venire in mente il sogno è il film sul CHE: Guerriglia. Lui che viene tradito da quegli stessi contadini per i quali aveva lottato. Sabato e domenica ero un po’ giù di morale ma mi è venuta in mente la canzone Meraviglioso di Modugno che invita a non disperarsi e a trovare il lato bello anche del dolore. Quando parlo con una persona c’è quella parte di rabbia in me che ad analizzarla è ansia e non è rabbia”.

Il tempo della seduta era quasi terminato e mi trovavo appesantito da un materiale che sentivo carico di informazioni ma che non riuscii, nel breve tempo che rimaneva prima del congedo, ad organizzare in una possibile interpretazione. F. confinandomi nella coda della seduta mi aveva relegato all’angolo lasciando nelle mie mani un pesante materiale evacuato in bolo; e dovevo tenermelo.

Accettando il ruolo di contenitore di tale materiale che ancora mi era poco comprensibile formulai con parole semplici un intervento in cui mi limitavo a commentare, percependomi come abbastanza generico, che forse il sentirsi giù di morale nel fine settimana poteva dipendere dall’assenza dell’analisi che non lo aveva nutrito in un momento in cui sappiamo egli averne particolare bisogno per i grandi cambiamenti che sta affrontando sul piano personale e lavorativo. A differenza del passato però, essendo riuscito tramite il sogno a mettere fuori la dimensione persecutoria (mafiosa) interna, aveva potuto sperimentare l’assenza dell’analista non solo in chiave persecutoria innescante la rabbia d’abbandono ma anche scoprendo il desiderio ansioso di tornare in seduta. Aver messo la dimensione persecutoria nel sogno consentiva a F. di poter essere più leggero e di cantare Meraviglioso dove tutto è sostenibile.

Dentro di me però, a partire dalla fine della seduta di lunedì, permaneva il vissuto che F. avesse evacuato e che per questo fosse più leggero; così anche nei due giorni seguenti continuarono a svilupparsi in me riflessioni sui contenuti del sogno. In vari momenti della giornata ci ripensavo e sentivo che mi sfuggiva qualcosa. Mi concentrai sui contenuti associativi e improvvisamente mi tornò alla mente un SMS che avevo ricevuto da F. il giovedì 30 aprile.

Il lunedì 27 aprile F. aveva portato in seduta “per lei e i suoi familiari e anche i pazienti dell’ospedale” una grande confezione di lattine di Thè, prossime alla scadenza, avanzata da una partita più ampia acquistata dalla sua Ditta. Tenni per me la grande perplessità, per cortesia ringraziai del dono e mentalmente annotai l’episodio consapevole che prima o poi avremmo trovato una spiegazione. Alla fine della seduta F., per poter organizzare un’uscita con gli amici mi formulò la richiesta, cosa abbastanza nuova per lui, di anticipare l’orario della seduta del giovedì successivo, il 30 aprile appunto. Risposi che mi era difficile ma che avrei sondato eventuali possibilità anche se il fatto di averlo saputo solo due giorni prima rendeva la cosa molto improbabile. Il martedì in seduta comunicai l’impossibilità di effettuare lo spostamento. Ugualmente però il giovedì 30 aprile m’inviò un SMS per chiedere se “casomai si fosse liberato all’ultimo uno spazio per anticipare la seduta”. Con cortesia risposi di no e firmai quel SMS con E.C., le mie iniziali: F. arrivò in seduta puntuale.

Ebbene, rileggendo il sogno pensai che invertendo l’ordine delle lettere il risultato era C.E., pronunciabile come il Che Guevara e come quel “c’è” della frase verbalizzata da F. durante le associazioni libere: “quando parlo con una persona c’è quella parte di rabbia …” .

Mi chiedevo: chi è quella persona con cui quando F. parla prima prova rabbia e poi ansia? Mentre così riflettevo, ricordai un sogno fatto da F. molti mesi prima e che, per il suo contenuto de “il porco si trasforma in porto: basta scambiare la c con la t”, era stato richiamato più volte nelle sedute che da allora seguirono; sogno che in me è rimasto sempre vivo. Così il Che, mi rimandò subito al Thè e questo al Thè regalatomi.

A questo punto delle mie associazioni sentivo che il quadro si arricchiva di elementi e mi appariva più chiaro. Pensavo che rabbia e ansia fossero riferite a me, il “c’è” trasformato in “te”: ero io la persona che faceva arrabbiare e venire l’ansia.

E.C. come il Che e come contrario del Che: medico buono che regala la propria vita alla giusta causa, seno buono, madre capace di ammalarsi della malattia materna primaria ma contemporaneamente guerrigliero che uccide, seno cattivo, madre respingente, padre che punisce e frustra, dentista che fa male alla bocca ed è disonesto. Il Che accogliente che offre ascolto e spazio a F. e l’E.C. cattivo che accetta il dono ma che non cambia l’orario della seduta. L’E.C. che lascia a F. non solo l’onere di bigiare eventualmente la psicoanalisi ma addirittura di sperimentare quanto F. stesso ricerchi il rapporto con l’analista al punto di preferirlo agli amici finendo però per sentirsi amaramente respinto in questo moto d’amore: no, E.C. preferisce gli altri “familiari” e i “pazienti” dell’ospedale dato che non li lascia per stare insieme a me.

Ma il Che e il contrario del Che era anche F. che “porta” il Thè ma è anche “porco”. “Porco” per il desiderio di avere la mamma tutta per sé togliendo di mezzo gli altri pretendenti?

Lo stesso Thè ha una doppia natura: è buono ma sta per diventare cattivo scadendo. Ha anche una duplice valenza? Dono buono e bevibile dai “familiari”, dalla parte materna dell’analista, “mamma” che si vuole sedurre e indurre a gratificare la richiesta di F., il suo desiderio? Dono velenoso e scaduto per il babbo e gli altri pazienti “fratellini” che si desidera togliere di mezzo e per la mamma eventualmente respingente?

Leggendo gli elementi in questo modo vedevo F. correre verso la madre in preda ad un primordiale moto sfrenato di “amore rude” winnicottiano e travolgere il resto che era d’impaccio alla spinta istintiva.

Forse attraverso la relazione d’analisi F. stava ri-scoprendo l’esistenza di una madre che lo accudiva, che sapeva winnicottianamente “ammalarsi” per lui, che giocava con lui, che gli dedicava spazio e tempo e si relazionava col figlio lasciando fuori almeno per un poco il resto del mondo, una madre che sapeva essere complice di piccoli segreti senza far incombere la mannaia della delazione al padre severo che punisce, una madre che non si ascoltava affermare che “fu contenta del bambino F. solo per il fatto che gli garantì il matrimonio essendo stato concepito prima delle nozze”, una madre che poteva interiorizzare e che nei momenti di sconforto gli cantava Meraviglioso consolandolo, salvandolo e donandogli tutto l’amore.Ma forse proprio grazie a questa ri-scoperta ora F. sperimentava l’angoscia, il dolore e l’ansia sia di perdere quella madre e di doverla condividere, sia dell’eventuale punizione per il fatto di desiderarla.

Ma ancora, grazie alla relazione analitica poteva ri-scoprire un padre più comprensivo che non insulta o non “castra” prendendolo in giro, che sapeva vedere il desiderio e l’amore di F. per la madre senza punire, che coglieva il desiderio del figlio di fargli male attraverso la “mafia” ma non reagiva e anzi ci giocava. Un padre meno “un po’ rozzo e duro” (come fino a qualche tempo fa F. sempre descriveva il genitore reale) che aiutava F. a scoprirsi come recipiente d’amore, d’aggressività e d’odio senza dover più ricorrere ai trucchi kleiniani della scissione e della proiezione attraverso i quali magicamente si elevava a sempiterno buono in un mondo di ladri.

Questo è quanto pensai nei giorni che seguirono il sogno. Conclusi che probabilmente tutto ciò su cui avevo riflettuto poteva essere una lettura proponibile ma che comunque F. doveva ancora raggiungere quella posizione da cui, con minor angoscia, avrebbe potuto essere pienamente consapevole dei propri impulsi e desideri e accettare il dolore del limite. Attraverso le riflessioni sul sogno mi si era aperta una visuale che mi faceva percepire come più prossimo al luogo in cui F. si trovava e sentivo i miei pensieri attuali non più colorati di quella sensazione di genericità che mi rimase come retrogusto del primo commento al sogno fatto nella seduta di lunedì.

Arrivò la seduta del giovedì e il mio vissuto nell’accogliere F. fu paragonabile a quello di un padre che assiste teneramente a tutti gli sforzi di un bimbo per conquistare la mamma, le sue attenzioni e il suo seno dal quale potersi beatamente nutrire.

In seduta entrò nuovamente il F. buono ma perseguitato da elementi del mondo che “non è preciso quanto lui, che non fa le cose con la stessa sua perfezione, che lo aveva detto lui che era meglio fare come suggeriva e non nell’altro modo” e così via.

Prendendo spunto dalla dimensione di persecutorietà riscontrata in seduta e sulla base di tutti i pensieri che fino a quel momento avevo fatto a partire dal sogno, dissi che avevo l’impressione che lunedì si fosse sentito più leggero per il fatto di aver lasciato in seduta un fardello che, ancora non sapendo bene cosa contenesse, oggi doveva riprendersi per il week-end da trascorrere da solo. Andando e venendo più volte tra il ruolo di padre non severo e quello di madre più accogliente riproposi così a F., con un linguaggio non tecnico e spostandomi da esempi della sua vita concreta alle dinamiche transferali e controtransferali delle sedute e viceversa, quello che mi apparì come il mio sforzo di pervenire ad una tra le possibili messa in alfa bioniana di un materiale che ora restituivo digerito e con cui lui stesso ora avrebbe potuto giocare ripercorrendo sia il sogno che gli eventi del 30 aprile, SMS e Thè inclusi.

F. ascoltò con interesse e attenzione. Alla fine, dopo un breve silenzio di riflessione, commentò che “certo, è vero e non le ho mai detto che in effetti le voglio bene per paura che lei mi dica che sono gay, come mi diceva mio padre in più occasioni”.

Risposi che sapevamo bene come per F. il “gay”, oltre l’omosessuale, stava a significare una persona evirata, “senza genitali” e che forse queste erano paure che aveva e da cui scaturiva quell’angoscia che lui chiamò ansia il lunedì precedente: la paura di essere considerato omosessuale per l’affetto che nutriva per l’analista “uomo” e contemporaneamente l’angoscia di essere evirato dal padre-analista se avesse esplicitato il desiderio di tenere tutta per sé la mamma-analsita o se avesse completamente disvelato la sua “virilità” intesa in senso lato come ad esempio i grandi successi lavorativi.

Quando F. si alzò dal lettino, questa volta mi sembrò non soltanto alleggerito ma più energico, rincuorato e combattivo. Nel lunedì successivo raccontò che il week-end era andato molto bene e che era riuscito a conoscere una ragazza con cui era andato anche a correre domenica. Ci tenne a sottolineare, ridendo in modo parzialmente autoironico, che “ovviamente la ragazza è del centro di Milano(27) e così ho sfatato il mio senso di inferiorità e in qualche modo simbolico le sono stato [all’analista] ugualmente vicino”(28).

Questo è un piccolo squarcio su quanto avviene oltre il “muro” dell’intima stanza.

L’augurio è che uscendone fuori ciascuno rechi seco non nozioni tecniche e elementi teorici e neanche “chiacchiere” ma odori, sensazioni, riflessioni ed emozioni come traccia viva della potenza dell’incontro con l’altro quando questo si realizza secondo i canoni dei corpi incarnati. Solo, o più di tutto, l’incontro potrà aprire crepe nella notte minkowskiana quando questa fisicamente avviluppa come un “muro” corpi e menti. Crepe che non saranno più imperfezioni del muro ma fessure, fessure ampie da cui la luce potrà penetrare con la speranza che non si limiti soltanto ad offrirsi alla vista ma illumini il mondo a cui finalmente si potrà tornare a guardare cantando, come insegna F., ma guarda intorno a te che doni ti hanno fatto: ti hanno inventato il mare eh! Tu dici non ho niente. Ti sembra niente il sole! La vita, l'amore … Meraviglioso(29).

Ma anche in questo caso, comunque, è questione di muri … mentali!

Note

  1. E. Caroppo, P. Brogna, Città fisica, Città virtuale: mente e luoghi nella post-modernità, AREL – la Rivista, I/2008, Città
  2. M. Eliade, Il sacro e il profano, (1965), Boringhieri, Torino, 2006, pag. 19
  3. Genesi, 2: 19, Sacra Bibbia
  4. Schutz, A., (1945), Sulle realtà multiple, Tr. it in Saggi sociologici, UTET, Torino, 1979
  5. Stanghellini, G., Psicopatologia del senso comune, Raffaello Cortina, Milano, 2006
  6. Gadamer, H., G., Verità e Metodo, (1960), Tr, it. Bompiani, Milano, 1983
  7. Malinowski parla phatic communion in riferimento a pratiche comunicative proprie delle società primitive: mentre nelle società sviluppate la lingua è uno strumento del pensiero, in quelle comunità essa diventa una forma di attività stessa mirata a stabilire o consolidare i rapporti sociali, come, per esempio, la sera attorno al fuoco
  8. Jakobson considera fàtici i convenevoli e gli enunciati di cortesia che si producono nelle comuni interazioni, gli attacchi di conversazione, le formule rituali e vuote di significato la cui funzione è dunque orientata a verificare che il circuito comunicativo sia sempre operante e a prevenire una situazione di silenzio, che il parlante avvertirebbe come inusuale e anomala
  9. Heidgger, M., (1927), Essere e Tempo, Tr. it. UTET, Torino, 1978
  10. Heidegger, M., Vom Wesen der Wahrheit, (1943), in Wegmarken, Klostermann, Frankfurt 1967,pagg-83-84, (Tr. it. Sull’essenza della verità, La Scuola, Brescia, 1973)
  11. La Bildung è la formazione di un individuo in quanto membro di una comunità. Gadamer attribuisce alla Bildung una concezione dialettica intesa come una sorta di continua oscillazione tra se stesso e l’altro, tra la propria individualità e l’alienazione nelle regole sociali.
  12. Carroll, L., Through the Looking-Glass, and what Alice found there, (1871), Tr. it. Attraverso lo specchio, Einaudi, Torino, 1978, pagg. 130-131
  13. Caroppo, E., Giusto il tempo per un’apologia, AREL – la Rivista, 2/2008, Confini
  14. Brogna, P., Caroppo, E., Il corpo come simulacro dell’identità, Psychomedia, http://www.psychomedia.it/pm/answer/eatdis/brogna-caroppo.htm, PM 20/02/2009
  15. Galimberti, U., Psichiatria e fenomenologia, Feltrinelli, Milano, 1979
  16. Bleuler, E., Trattato di Psichiatria, (1943), Feltrinelli, Milano, 1967
  17. Bettelheim, B., La fortezza vuota, Garzanti, Milano, 1976
  18. Binswanger, L., Il caso di Ellen West, (1957), Bompiani, Milano, 1973, pag.195
  19. Pirandello, L., (1926), Uno, nessuno e centomila, Mondadori, Milano, 1992
  20. Sechehaye, M.A., (1955), Diario di una schizofrenica, Giunti, Firenze, 1992, pagg. 3-4
  21. Freud, S., Il perturbante, (1919), in OSF, vol. IX, Boringhieri, Torino, 1981
  22. Minkowski, E., Il tempo vissuto, (1968), Einaudi, Torino, 1971, pag. 290
  23. Merleau-Ponty, M., Fenomenologia della percezione, (1945), trad. it., Bompiani, Milano, 2005, pag. 354
  24. Capacità dell’Io di dis-allontanare una distanza e di distanziare una vicinanza.
  25. Pirandello, L., (1908), L’umorismo, Mondadori, Milano, 1992
  26. Luoghi, date, riferimenti personali sono stati modificati al fine di garantire la privacy del paziente che ha comunque firmato il consenso alla pubblicazione dell’articolo
  27. F. proviene dalla periferia milanese e ha sempre considerato “Milano centro e le ragazze che ci abitano al di fuori della sua portata”
  28. Il mio studio è situato nel centro di Milano
  29. Meraviglioso, Domenico Modugno, RCA italiana, 1968
Emanuele Caroppo

Medico Psichiatra, Ph.D. Psicoanalista, Membro Associato della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytical Association. Prof. a c. di Fondamenti di Psicoterapia - Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma

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