Il sogno di oceano

Le due Americhe

Difficile distinguere le Americhe reali da quelle del sogno per me. Entrambe sono matrici di miti collettivi e personali,  terre pampeane e fluida “Corrente del Golfo”, in cui l’antico procede dal futuro, invece che precederlo, e affiora la spinta sottomarina del desiderio mentre si avventura nello sconfinato inconscio.

Per l’europeo le Americhe si situano plus ultra, e di questo aldilà sono la sostanza concreta, materializzandosi oltre le Colonne d’Ercole e il serpente uroborico dell’Oceano. Le Americhe segnano lo strappo intenzionale, oppure obbligato, dai luoghi di origine e la reimmersione nella pasta di vetro delle metamorfosi.

Chi inseguiva l’El Dorado, come il conquistador del film di Werner Herzog, Aguirre, furore di Dio, era bruciato da una fame inestinguibile, dominato da una tendenza alla concretezza  paranoica e antisimbolica, arcinemica del desiderio. Era votato all’appropriazione di ciò che non riusciva a sottomettere e controllare, fino a distruggere e distruggersi fisicamente e psichicamente. Questo slancio faceva da contrappunto all’arricchimento spirituale degli alchimisti suoi contemporanei, alla ricerca sempre più sublimata e invisibile dell’Oro dei filosofi. Chi può negare che le Americhe rechino perennemente impresse in loro la traccia di questo dualismo europeo tra l’aspirazione a una purezza trascendente e la pratica di un materialismo brutale?

E’ una tematica che pare adombrata da un racconto breve di Jorge Luis Borges, La rosa di Paracelso, dove un giovane bussa nottetempo alla porta del famoso medico e alchimista: il giovane chiede al maestro di accettarlo come apprendista, ma questi lo dissuade. Lo accoglie per la notte, ma la mattina seguente - gli dice - dovrà andarsene. Allora l’avventizio chiede di assistere al prodigio di ricreare la materia e getta una rosa tra le fiamme crepitanti del camino, affinché Paracelso la faccia rinascere. Anche a questa richiesta il saggio oppone un rifiuto: la fede si nutre di invisibile, afferma, e qualsiasi manifestazione magica non servirebbe ad acquisirla.  Il giovane, che arriva a offrire del denaro per la dimostrazione, frustrato e deluso, si allontana senza attendere l’alba. Solo quando ogni cosa è di nuovo avvolta dal silenzio, Paracelso stringe nel pugno i petali inceneriti e li ricompone in una rosa viva.  

Il “ritorno” alle Americhe, come colonizzazione e scoperta di sé

Per l’europeo le Americhe segnano il ritorno verso un’origine non storica, ma mitica. Concepirsi in quella luce significa, per lui, ricercare una verità originaria su di sé, una verità ancora racchiusa nell’inconscio, che preme per sbocciare nei sensi e offrirsi in forma tangibile. Egli la desidera e la teme. Cerca di favorirne lo sviluppo e di soggiogarla.

Quando, nel 1910, Freud, Jung e Ferenczi partono da Amburgo alla volta di New York, per tenere delle conferenze sulla psicoanalisi, il grande viennese annuncia: “Non sanno che gli portiamo la peste”.

Come non cogliere la specularità di queste parole con il “programma ” dell’Introduzione alla Psicoanalisi (1915-17), per cui l’Io deve annettere le acquitrinose lande dell’Es, luogo delle cieche pulsioni, e tradurle nel suo spazio di conquista? "Dove era l'Es, deve diventare l'Io"…

Lo stesso viaggio per raggiungere le Americhe rappresenta un’odissea omerica e dantesca, un inoltrarsi nell’Aldilà, in virtù del quale l’anima annoda l’antica esperienza del Mediterraneo a quella del vasto Atlantico. E ciò che spesso per gli emigranti più indigenti, nell’Ottocento e ai primi del Novecento, aveva significato pericolo di malattia e morte, diventa esperienza psichica e intellettuale di trasformazione per Claude Lévi-Strauss.

 

Il caposaldo della moderna letteratura antropologica,  che egli scrisse negli anni trenta del secolo scorso, Tristi Tropici, ripropone questo tema palingenetico nella particolareggiata descrizione del viaggio in nave verso il Brasile. Lo studioso francese dedica numerose pagine al suo inoltrarsi nell’Oceano e instilla nel lettore il modificarsi delle proprie percezioni. La sconfinatezza e la desertificazione dell’orizzonte, l’onnipresenza circolare del mare, i mutamenti climatici, l’attesa costante di qualcosa che si presume apparirà, ma che ancora non si vede, sgretolano a poco a poco le concrezioni del narratore e insinuano un vissuto panico, un rimescolamento che lo prepara a cogliere in profondità la realtà del “Nuovo Mondo”.

Grazie a Tristi Tropici Lévi-Strauss compie un contro-racconto del mito dell’indio felice, dell’essere che godrebbe della generosità di una natura perennemente benigna, rivelando le condizioni di vita disagevoli e a volte disperate delle popolazioni autoctone del Mato Grosso do Sul, sulle quali l’europeo “proiettava” una propria condizione ideale.

Paradossalmente, dunque, in questo caso il viaggio verso l’America serve a cancellare una precedente mistificazione e costringe l’europeo a considerarla una metafora che lo abita, un segno della sua alterità e un paradigma ideale.

Storicamente l’europeo, e il mediterraneo in particolare, incontra le Americhe per errore, come Cristoforo Colombo: del grande genovese ci colpisce non solo l’intuizione e l’audacia, ma il contenuto d’Ombra racchiuso nella sua missione. Infatti, lo scarto tra l’intenzione di raggiungere i porti dell’India, della Cina e del Giappone - con i quali già i fenici, gli egizi, i greci e i romani commerciavano - e  l’impatto con la dura realtà del continente ignoto, generano in lui uno shock definitivo.

Come dimostrano i suoi diari, infatti, egli si ostina a confermare l’ ipotesi di aver raggiunto le coste dell’Estremo Oriente (in effetti, continuando oltre l’ostacolo della lingua di Panama, sarebbe tendenzialmente giunto a quei remotissimi lidi). A ogni nuova esplorazione è, però, costretto a rivedere i propri calcoli, finché alla terza e ultima non è costretto dall’evidenza a consentire che quella terra non appare in alcuna carta geografica. È allora che egli descrive, letteralmente,  la foce dell’Orinoco come la porta al “Paradiso Terrestre”, cioè ne fa un luogo in cui si materializza la mitologia cristiana.

Ed è in questo spazio incerto e ambiguo, il luogo della delusione di Colombo, lo scacco dell’intelletto che dà luogo a una mirabolante impresa, che si genera anche per noi la “scoperta” dell’intreccio inestricabile tra reale e immaginario e del possibile e dell’impossibile che lega il Mediterraneo alle Americhe.

 

Il caposaldo della moderna letteratura antropologica,  che egli scrisse negli anni trenta del secolo scorso, Tristi Tropici, ripropone questo tema palingenetico nella particolareggiata descrizione del viaggio in nave verso il Brasile. Lo studioso francese dedica numerose pagine al suo inoltrarsi nell’Oceano e instilla nel lettore il modificarsi delle proprie percezioni. La sconfinatezza e la desertificazione dell’orizzonte, l’onnipresenza circolare del mare, i mutamenti climatici, l’attesa costante di qualcosa che si presume apparirà, ma che ancora non si vede, sgretolano a poco a poco le concrezioni del narratore e insinuano un vissuto panico, un rimescolamento che lo prepara a cogliere in profondità la realtà del “Nuovo Mondo”.

Grazie a Tristi Tropici Lévi-Strauss compie un contro-racconto del mito dell’indio felice, dell’essere che godrebbe della generosità di una natura perennemente benigna, rivelando le condizioni di vita disagevoli e a volte disperate delle popolazioni autoctone del Mato Grosso do Sul, sulle quali l’europeo “proiettava” una propria condizione ideale.

Paradossalmente, dunque, in questo caso il viaggio verso l’America serve a cancellare una precedente mistificazione e costringe l’europeo a considerarla una metafora che lo abita, un segno della sua alterità e un paradigma ideale.

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Ed è in questo spazio incerto e ambiguo, il luogo della delusione di Colombo, lo scacco dell’intelletto che dà luogo a una mirabolante impresa, che si genera anche per noi la “scoperta” dell’intreccio inestricabile tra reale e immaginario e del possibile e dell’impossibile che lega il Mediterraneo alle Americhe.

Il desiderio di Oceano

Noi della vecchia Europa abbiamo immensamente da apprendere dagli e insieme agli americani. E, se vogliamo contribuire a un mondo dove ci si parli e ci si confronti con sensibilità profonda e attenta, senza lasciarci distogliere dal rumore delle mistificazioni seriali, dobbiamo scegliere sia le vie tradizionali del sapere sia le vie mai percorse, strade innovative e sperimentali dove l’errore è possibile e, probabilmente, necessario, se non addirittura desiderabile.

Così parte il nostro e-zine www.oceanoweb.net, un velo di immagini, parole, suoni, musiche, legami consonanti e discordi, intessuto sulle onde, il cui lungo filo si dipana da Roma a Buenos Aires e viceversa; un filo che, da questi due poli, uno situato nell’emisfero boreale, l’altro in quello australe, l’uno sotto l’egida della Stella Polare, l’altro della Stella del Sud, si allarga ovunque ci sia desiderio di incontro, di confronto, di conoscenza.

 

Francesco Frigione

Nato a Napoli nel 1962, risiede a Roma (Italia). Ha vissuto a Buenos Aires (Argentina), dove spesso si reca per ragioni professionali. Psicologo e psicoterapeuta, esercita in ambito clinico individuale e di gruppo. E’ specializzato psicodramma analitico junghiano. Ha creato la metodologia di lavoro chiamata “Psiconarrazione mediatica”. Insegna psicodramma presso l’Istituto PsicoUmanitas, scuola di specializzazione in psicoterapia, riconosciuta dal Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica (MIUR) e cofondatrice di Oceanoweb. Ha progettato e diretto numerose iniziative di prevenzione e di formazione in campo psicosociale, soprattutto con l’Associazione Animamediatica ONLUS, della quale è ideatore e presidente. Animamediatica è cofondatrice di Oceanoweb. Dirige il webzine multidisciplinare Animamediatica.it. E’ ideatore e direttore editoriale di questa rivista. Ha realizzato cortometraggi, videodocumentari e mostre fotografiche.

26 commenti

  • Link al commento Marthanet Domenica, 10 Dicembre 2017 06:45 inviato da Marthanet

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