Il sogno della tragedia di Nietzsche

di Federica Bassetti

Utilizzata come strumento di ricerca e di ascolto a teatro da circa tre anni, La nascita della tragedia, prima opera di F. Nietzsche, rivela e mette e nudo la scoperta del dionisiaco nell'uomo e ne assapora pagina dopo pagina la presenza, negata e nascosta a più riprese nel corso della Storia collettiva e individuale. Individuando nella messa in scena della tragedia, una reale possibilità rigeneratrice per la popolazione greca che riceveva proprio a teatro il dono del passaggio, al di là degli steccati sociali, civili e personali, e la consolazione metafisica del ritorno alla stato naturale che nessun uomo può rivivere ma solo immaginare, Nietzsche esalta la presenza proprio sul palco tragico di due forze, due principi che vanno a braccetto in nome e per la  forza della musica, che è voce dell'Universo.

 

I due principi sono Apollo e Dioniso e combinati insieme, ma mai sciolti uno nell'altro, riescono a realizzare il tragico, saggezza profonda e immensa, emotiva che non si può imparare, né capire, ma solo immaginare attraverso simboli e paradossi.
Apollo è padre del sogno, della scultura, dell'illusione, della poesia.
Dioniso è padre dell'ebbrezza, della primavera, dell'eros.
Apollo è Armonia
Dioniso è Disarmonia
Apollo è confine
Dioniso è senza confini
Apollo è ispiratore del magico mondo del sogno che da lui prende volto
Dioniso è ispiratore della perdita di senso e non ha volto.

Di seguito viene riportato un passo del lavoro "La caverna di Nietzsche" che sviluppa passo dopo passo l'opera succitata.
F.B.


“…appena fosse possibile rovesciare con una forte volontà tutto quanto il passato del mondo, entreremmo nella schiera degli dei indipendenti, e la storia del mondo non sarebbe per noi altro che oblio e distacco da se stessi nel sogno: cala il sipario, e l’uomo ritrova se stesso come un bambino che gioca coi mondi, come un bambino che alla luce del mattino si risveglia e ridendo cancella dalla fronte i sogni paurosi."
(La mia vita, F. Nietzsche)

 Eccoci, stiamo entrando adesso, il primo paragrafo della nostra opera è il nostro ingresso in una specie di bosco e guarda caso, il nostro pessimismo. Un pessimismo autentico che è il nostro punto di partenza, pessimismo che vuol dire presa di coscienza del pessimum, cioè del male peggiore. E il male peggiore qual è? Ci verrebbe da dire subito la morte...ma non è questo, bensì è la paura della morte ad essere il male peggiore, l'incertezza della nostra morte è la cosa peggiore. Potremmo morire sempre in ogni momento, anche adesso...la nostra fine, cosa certissima e comune a tutti, è ciò che di più incerto e assurdo abbiamo davanti. Che mai sapremo della nostra fine e che cosa dobbiamo invece sempre tenere in considerazione? Heidegger ci consiglierebbe, come ha fatto nelle sue opere, di metterci sotto il tetto della morte dove soltanto si apre il ventaglio delle nostre infinite possibilità. Bene. Incerta è la morte e cosa è certo allora? La vita forse? O, come diceva il buon vecchio Orazio, l'istante? L'istante. Se sapeste solo trattenerlo e invece....eccolo che fugge. L'istante è ciò che di più certo abbiamo e ciò che di più incerto e fuggevole abbiamo. L'istante è un assurdo, anche perché non esiste...eccolo è già passato.....questo pessimismo, il pessimismo greco che dobbiamo portarci dietro nel nostro bosco, ora, adesso, è l'unico bagaglio. Il dolore della scoperta dell'istante ci fa barcollare e ci fa anche mettere radici nel punto in cui siamo....radici mobili, perché l'istante è già trascorso e fugge via....e fugge via qualcosa davanti a noi ora, un guizzo, una macchia di colore, non ce la facciamo a seguirlo, insomma che essere strano è mai questo? Un satiro? Metà capra e metà uomo....oh, oh, ecco l'uomo primordiale, l'uomo non ancora uomo...il servitore del dio Dioniso....bè allora, bisogna proprio andare, seguirlo, lasciarsi guidare, anche se saltellare come il satiro ci è un po' difficile...e allora camminiamo lentamente, con cautela, cerchiamo di non inciampare e di non finire a terra, è buio qua intorno e non c’è niente che ci indichi la strada da intraprendere, soltanto il nostro pessimismo. Il nostro dolore, il nostro enigma. Questa è un’illusione, stiamo vivendo un’illusione, ma anche la vita è illusione continua, una visione che appare, un mondo che sembra eterno ma che se chiudiamo gli occhi scompare e allora viviamola questa nostra illusione, consapevoli di starci in mezzo e di viverla e facciamoci indirizzare da lei.
Anche la nostra paura diventa illusione, la nostra paura non ci lascerebbe sopravvivere se non si riuscisse a trasformare in visione, la nostra paura deve generare qualcosa che ci aiuti a camminare. Ognuno di noi può immaginare l’amuleto che ci salverà dalla nostra paura, un’immagine di pace e serenità che non scaccia via la paura, ma che la tiene a bada per il momento, che la addormenta oppure l’immagine di un guerriero che ci protegge, che tiene ferma la nostra paura con ardore e coraggio. Non dobbiamo cercare uno scrigno in cui chiuderla, ma un’immagine “fisica” che con il suo piede tenga a bada la palla scura e appiccicosa che tenta di rotolare dentro la nostra anima, incollata però e dolorosa ogni volta che si sposta e che per ora invece si mantiene totalmente ferma, innocua. Forse esiste un’immagine proprio in questo bosco, forse esiste una figura tra queste pagine che ci può proteggere dal nostro dolore? Forse. Forse in mezzo alle parole c’è un’immagine che aiuta. Ecco qualcosa nascosto nel fogliame delle virgole e delle lettere, qualcosa che ancora non si vede bene, avviciniamoci con cautela per scoprire che cos’è. Arrivati nei pressi della nostra scoperta, allunghiamo le dita per toccarla. E’ fredda, liscia, rotondeggiante, dura, è una scultura. Ha dei piedi enormi piantati per terra. Liberiamola dalle foglie, puliamola per bene, non riusciremo ad arrivare in cima, è troppo alta, ma ora è abbastanza pulita e possiamo ammirarla. Guardiamola dal basso, è davanti a noi, è una scultura greca ed è immensa. Perfetta, meravigliosa, bianca. Raffigura un dio solare e potente, un dio benefico e maschio, un dio sceso sulla terra per fondare il suo oracolo e controllare il sogno dell’uomo, un dio divinante e ponderato, Apollo, padre della scultura e del sogno, ispiratore contenuto e solare di ogni illusione dell’uomo. Sediamoci sotto i piedi della statua e cominciamo a guardarla attentamente, ogni curva, ogni forma, ogni dettaglio è stato progettato sapientemente, non ci sono anomalie né errori, la forma è perfetta, la figura del Dio si comunica nella sua grandezza e nella sua perfezione quasi matematica a noi come qualcosa di irripetibile ed eterno, come qualcosa di assolutamente greco che non è possibile riprodurre con la stessa forza e la stessa perfezione. Uno scultore l’ha resa possibile, l’ha fatta. Ma essa non è l’immagine di una persona qualunque, è l’immagine scultorea di un Dio, essa è un’illusione, l’illusione di un Dio che non appare ma che si offre nella scultura e che ci illude. L’arte dello scultore ha reso possibile l’illusione, l’arte è una forma di illusione, lo scultore ha sognato di realizzare la statua e l’ha resa possibile, sognandola. (…nel sogno apparvero dapprima le anime degli uomini….le magnifiche figure degli Dei; nel sogno il grande scultore vide le incantevoli forme di esseri sovrumani…) Ammirando la statua che abbiamo davanti, contemplandola, ci sentiamo sereni, appagati, catturati, sentiamo di appartenere al momento, all'istante che tanto ci fa barcollanti e incerti, siamo sospesi dal tempo, vivi, presenti, eppure persi in lei perché tutto di questa scultura ci parla, tutta la sua figura, ogni suo movimento impresso nel marmo, ogni dettaglio è un tutto, un’apparizione, un sogno fattosi concreto. Questa scultura viene da un altro mondo. Il mondo greco, il mondo del sogno. Tuttavia, ci rendiamo conto di essere davanti ad una illusione, un sogno scolpito, un Dio simulacro. E adesso chiudiamo gli occhi e pensiamo a quello che abbiamo appena lasciato: strade, semafori, gente che va e viene, negozi, uffici, scuole, persone di ogni genere, confusione, movimento, molte cose sono prodotte dall’uomo con un senso, uno scopo, un fine preciso. Una scultura invece non serve a niente, nessun scopo, nessun fine, nessun senso. Anzi il senso c’è e sta nell’assenza totale di senso perché l’arte è un’illusione e noi ora, guardando la statua di Apollo, siamo consapevoli di trovarci davanti ad un sogno scolpito nel marmo, alla bellezza scolpita nel marmo e ci piace immergerci in questo bel sogno, così come quando sogniamo di notte ci piace sentirci in mezzo al nostro sogno, sapendo bene di non essere svegli. Ora però siamo svegli e ci troviamo lo stesso di fronte ad un sogno perché contemplandolo, ne gustiamo l’illusoria realtà in uno stato di estraneità che ci piace. Sappiamo bene di avere davanti qualcosa che non esiste, eppure quello che stiamo guardando esiste in un altro modo e in un altro livello e non soltanto perché è fatto di marmo. Esiste perché è un’opera d’arte, una scultura e può essere solo goduta sognandola. Così come godiamo dei nostri stessi sogni come fossimo artisti. E forse ogni uomo è artista del suo stesso sogno.
A volte, in mezzo alla strada, camminando a qualcuno di noi accade di sentirsi all’improvviso estraneo a tutto, le cose, le persone ci appaiono come meri fantasmi e immagini di sogno e ci viene un presentimento, il presentimento che anche questa nostra vita sia una specie di sogno e che dietro di essa, dietro questa illusione, si nasconda uno scultore sognante che fa la nostra stessa vita sognando. Questo è il presentimento del filosofo. E perché la realtà dovrebbe essere più giusta e più vera del sogno? Pensiamo al sognatore e all’artista. Il sognatore sogna e dirige il suo sogno, l’artista fa l’opera d’arte seguendo un sogno. L’artista che ha realizzato la nostra statua è un sognatore e lui sa bene di sognare, l’unica sua ispirazione è il suo stesso sogno, progetto preciso, certo, ma sognato e scolpito come un sogno. L’artista non è un artigiano, se facesse le cose secondo un progetto e secondo lo scopo nel quale si fissa l’idea del progetto stesso, realizzerebbe un tavolo, una sedia, un armadio. Queste non sono illusioni, sono strumenti, artefatti, prodotti della Tèchne, e se il tavolo non fosse utilizzabile come tavolo, non servirebbe a niente perché non è un’opera d’arte, non viene dal mondo del sogno, è solo il prodotto della tecnica e anche se il risultato fosse meraviglioso, non staremmo lì a contemplarlo come quando contempliamo una statua. Lo scopo non può illuderci, ci indirizza. Il nostro sguardo è recintato in un certo senso, mentre con l’opera d’arte, con la scultura del nostro Apollo il nostro sguardo è preso, catturato e si apre in modo diverso, autentico proprio perché non c’è scopo. Anzi lo scopo c’è ma è uno scopo non scopo, uno scopo che viene prima della parola scopo. Questa parola viene dal latino, dal tardo latino, e vuol dire “bersaglio”. Poi assume nel tempo il significato di “fine”. Noi siamo il bersaglio di Apollo, siamo noi lo scopo, la statua ci illude e realizza il sogno illudendoci. Anche il sogno ha i suoi contorni, le sue sfumature, i suoi limiti, i suoi lati terribili, sempre circoscritti però, mai senza confini, ma digeriti, compresi nella stessa opera d’arte come possibili perché aventi una forma, un contenuto, una parvenza che si possa vedere, contemplare, di cui si possa avere percezione, che ci possa illudere. (…davanti a lui passano anche le cose serie, cupe, tristi, tetre, gli impedimenti improvvisi, le beffe del caso, le attese angosciose, insomma tutta la Divina Commedia della vita con l’inferno e non solo come gioco d’ombre – giacché anch’egli vive e soffre in queste scene – ma altresì non senza quel fuggevole senso dell’illusione.- pag. 23)
Ed eccolo il protettore dei nostri sogni, Apollo che con il suo occhio solare ed esperto ci indica il limite e le condizioni del nostro stesso sognare: “Non illuderti che sia vero, sembra che sussurri dall’alto, illuditi che sia illusione e nient’altro, ma sappi viverla come un’illusione, il sonno e il sogno guariscono e aiutano, la vita viene resa possibile grazie al sogno, all’arte, all’illusione. Ma non sprofondare troppo nei tuoi sogni! Sappi sempre che stai sognando e che il tuo sogno non scateni emozioni troppo violente e non superi la linea che ti separa dalla realtà sconfinando in essa, perché anche se la realtà è un altro tipo di illusione, lì non puoi illuderti come nell’illusione e nel sogno, ma devi viverla in modo diverso.”
 Guardiamo ancora la nostra statua, la statua di Apollo, il suo occhio sembra calmo, saggio, solenne, anche quando è inquieto o ansioso, l’occhio è sempre ponderato. La parvenza è solenne, è plastica, la parvenza è illusione ma l’illusione ha bisogno di una forma per illudere e ha bisogno che noi la individuiamo. Se non potessimo individuarla, non potremmo goderne né come illusione né come fatto simbolico. Apollo è il padre del principio di individuazione (….così l’individuo sta placidamente in mezzo ad un mondo di affanni appoggiandosi e confidando nel Principium individuationis, pag. 24) Apollo è il principio di individuazione, ogni cosa che ci circonda ha una forma, noi stessi la abbiamo, la nostra scultura ha una forma precisa, tutto ciò che appare nella luce ha una forma e un aspetto precisi di cui vediamo limiti e contorni. Non di tutto vediamo i limiti, non del cielo, non dell’Universo, non del nostro stesso pozzo scuro, del nostro dolore di saperci in bilico sul precipizio del nostro essere. E infatti, queste sono cose sulle quali non ci soffermiamo perché non sappiamo dar loro una forma, neanche in sogno. Possiamo usare solo il simbolo, ma di nuovo il simbolo si avvale di Apollo, della forma e allora consideriamo la nostra statua di Apollo come un avvertimento: non possiamo fare a meno della parvenza, dell’apparenza, delle cose che appaiono nel campo della nostra vista e della nostra sensibilità tutta, e tutto, persino il nostro sogno e la nostra illusione, ha una forma. La forma ci salva, se diventa simbolo dell’Universo non ci abbandona nelle braccia dell’immenso, dell’imperscrutabile, dell’enigma, ma ci sposta verso il limite e dentro al limite che ci appartiene. Perché altrimenti non potremmo vivere. Come il nostro amuleto che bloccava con il piede la palla scura e appiccicosa del nostro dolore, ogni forma, ogni figura che possiamo immaginare tiene a bada l’inimmaginabile, la forma tiene sotto controllo l’informe. Chiudiamo gli occhi. Intorno il buio è immenso, circolare, non sappiamo dove andare. La statua di Apollo ci potrebbe bastare, ci potrebbe bastare il principio di individuazione, la forma, il limite, il nostro stesso sogno, l’illusione, la parvenza. Basta che sia bella.
Ma che cos’è questo rumore improvviso? C’è qualcosa nel buio che si muove e ci spaventa, perché non si vede. Siamo in piedi adesso, voltiamo le spalle al nostro Apollo, lui non può aiutarci di fronte alla paura del buio. Ma forse, se avanzeremo come abbiamo fatto all’inizio con un po’ di circospezione e con in mente di stare in mezzo ad una illusione, potremo trovare qualcosa di interessante e andare avanti nel nostro viaggio, dare una forma a quello che ci avverte e ci chiama in qualche modo dietro al cespuglio. Qualcosa fugge e si divincola davanti ai nostri occhi, è un essere che saltella e guizza. Che sia il nostro satiro? Potrebbe essere lui che ci spia, che ci chiama, che ci spaventa per gioco e che vuole distoglierci dalla contemplazione della nostra statua di Apollo. Sarebbe meglio tornare indietro, ma la curiosità di sapere incalza. Abbiamo il nostro pessimismo con noi e anche se Apollo, la meravigliosa statua, la scultura, l’arte come sogno ci hanno fatto dimenticare con dolcezza e stupore, il nostro abisso, rendendoci certi della vitalità e della profondità del nostro momento, rendendoci ottimisti in senso autentico, il satiro ci distoglie e ci attira in altri luoghi, facendoci penetrare nella selva. Dove s’è cacciato adesso? Sembra scomparso, no, eccolo che riappare sul fondo saltellando, è buffo, è strano, è brutto. Non mi va tanto di guardarlo, non faccio neanche in tempo ad osservarlo perché saltella via come un coniglio, rapido, dispettoso, incompleto. Ma il coniglio è bello, il satiro invece è brutto, deforme, impreciso e trasfigura qualsiasi idea di natura che ho imparato ad avere. E’ una brutta natura la sua, stramba, assurda. Davanti ai miei occhi il satiro è assurdo: metà capro, metà uomo, che significa questo non essere né una forma né l’altra? Che cosa significa questo essere con le zampe di capra e la faccia da uomo barbuto e saccente? C’è qualcosa che ancora non ha una forma precisa, c’è qqualcosa che stenta tra una forma e l’altra, qualcosa che non risponde a certi canoni precisi, che non rientra nello schema della parvenza perché anche se vedo i confini, le linee, i limiti di questa figura, faccio fatica  a definirla, ad individuarla. Faccio fatica ad individuare il satiro, come forma non ancora forma. E poi è brutto. E io non sono abituato alla bruttezza, noi non sappiamo più niente del brutto, del terribile, del temibile, del male, del dolore. Noi non sappiamo niente del nostro pessimismo. Il nostro pessimismo non ha una forma. Che razza di essere è mai questo e che vuole da noi? Si può sapere? Dove ci sta portando? E’ buio qua intorno e fa freddo, abbiamo paura, vorremmo tornare indietro, da Apollo, individuarlo, contemplarlo, bearci di quel sogno bello. Ecco che qualcosa ci afferra da dietro, è lui non c’è dubbio, un forte odore di animale ci assale, la bocca da vicino sembra proprio quella di un uomo, ma è scura, animalesca, gli occhi sgranati e sanguigni potrebbero divorarci, siamo a terra, ci ha presi, ci monta, ci tiene. La nostra faccia è girata sull’erba, lui ci tiene e poi ci sussurra nell’orecchio con un caldo alito di capra: “Sei il figlio perduto, sei il figlio perduto! Sei in mezzo ad un incantesimo!” (Sotto l’incantesimo del dionisiaco non solo si restringe il legame fra uomo e uomo, ma anche la natura estraniata, ostile o soggiogata celebra di nuovo la sua festa di riconciliazione col suo figlio perduto, l’uomo – pag. 25)
Non possiamo muoverci mentre una visione enorme ci sovrasta e un’orda di invasati passa in un soffio, frotte di ombre svenenti e urlanti ci passano accanto volando, cantando e danzando, rapiti, ubriachi, gioiosi, disarticolati, disperati, assenti. (…anche nel medioevo tedesco schiere sempre più vaste si agitavano sotto lo stesso potere dionisiaco, cantando e danzando, muovendosi da un luogo all’altro…, ibidem) E il satiro ci stringe il collo con una ghirlanda di fiori e ci tiene ancora a terra, il nostro orrore di fronte all’orda di invasati che urlano ancora in lontananza nel fitto del bosco, la fine della loro storia di individui, ci fa paura. Non c’è serenità in questa visione né forma, è una visione assurda, possibile che l’alternativa ad Apollo sia solo questa? Non proprio. L’alternativa è questa se non c’è alternativa. Se deve scollarsi dalla società e dai suoi ruoli, persino il greco si deve poter perdere, si deve ubriacare, si deve mischiare. Ma questo mescolarsi agli altri e al tutto potrebbe diventare qualcosa di diverso se siamo soli a contatto con la nostra natura. Il satiro non è umano e ci propone l’ingresso in un luogo misterioso dove potremmo incontrare persino le orde di invasati di Dioniso. Pian piano il nostro ridente e furbo amico ci versa in bocca una coppa colma di vino bagnandoci il collo, il mento, il naso e si fa strada dentro di noi una sensazione nuova che si impadronisce del nostro corpo. Che importa chi sono? Che importa da dove vengo? E’ tutto un profumo di primavera qui intorno, i colori, gli odori, le sensazioni non sono più mie ma io sono in ognuna di loro. La mia vista si appanna, ma non sono ubriaco, il vino è solo un ingresso in un altro mondo che si cela addirittura sotto il velo della natura, è un passaggio, il vino è uva e l’uva viene dalla terra, la forma delle cose si dilegua e si dilegua Apollo, la vista mi si appanna, i sensi si alterano, il velo di Maia è stato tolto, è scomparso ma non è orrore quello che mi coglie impreparato, bensì ebbrezza, come se fossi diventato l’opera d’arte della natura e mi sentissi fuso con essa. Non più artista come nel sogno, ma opera d’arte nell’ebbrezza. Non più incantato e consapevole dell’incantamento e dell’illusione, ma soggiogato dall’incantesimo, ipnotizzato, perduto e ritrovato. Ci perdiamo e ci ritroviamo in un nuovo stato nel quale la natura reclama a sé l’uomo, il suo figlio perduto e veniamo trasformati dall’ebbrezza che abbiamo scoperto dentro di noi in qualcosa che non si individua e non ha forma, in qualcosa che ha l’odore della primavera e che si sparge intorno come il succo d’uva, in qualcosa che non è neanche qualcosa. Ed ecco che finiti in braccio alla terra e alle radici degli alberi, fusi con la materia luminosa della natura, avvistiamo il carro di Dioniso in lontananza che si avvicina, è tutto coperto di fiori e ghirlande: sotto il suo giogo si avanzano la pantera e la tigre…ora lo schiavo è uomo libero, ora s’infrangono tutte le rigide, ostili delimitazioni che la necessità, l’arbitrio o la moda sfacciata hanno stabilite fra gli uomini. Ora nel vangelo dell’armonia universale, ognuno si sente non solo riunito, riconciliato, fuso con il suo prossimo, ma addirittura uno con esso, come se il velo di Maia fosse stato strappato e sventolasse ormai in brandelli davanti alla misteriosa unità originaria.
Guardo il mio satiro ora, non ha cambiato aspetto ma riesco a non giudicarlo adesso e non mi pare più così brutto e assurdo, mi sembra assurdo Apollo ora e il suo occhio ponderato e giusto, mi sembrano inutili la forma, il limite, la condizione della mia esistenza. La mia vita è assurda. Ora io sono assurdo e ballo come un satiro, mi abbandono e volo, non mi serve più parlare, non mi serve più camminare, ora posso volare.
Cantando e danzando, l’uomo si manifesta come membro di una comunità superiore: ha disimparato a camminare e a parlare ed è sul punto di volarsene in cielo danzando. Come ora gli animali parlano, e la terra dà latte e miele, così anche risuona in lui qualcosa di soprannaturale: egli sente se stesso come dio…
Siamo sotto un incantesimo, siamo ebbri e il vino ci ha aiutato, ma è solo un filtro, al resto pensa l’ebbrezza che arriva da dentro e sale dal profondo del nostro essere perché ci appartiene e  perché essa è il nostro abisso trasformato in danza. Siamo più grandi di Apollo adesso e di tutti gli dei, l’uomo sente se stesso come dio, egli si aggira ora in estasi e in alto, così come in sogno vide aggirarsi gli dei. L’uomo non è più artista, è divenuto opera d’arte.

Federica Bassetti

Nata a Roma il 26 gennaio 1970 e ivi residente. Laureata in Filosofia teoretica nel 1994 con una tesi sullo scetticismo, pubblica alcuni articoli su riviste scientifiche e si occupa di ricerca storica e filosofica in collaborazione con strutture mediche ospedaliere riguardo i disturbi alimentari. Dal 1992 lavora come pubblicista free-lance per quotidiani e periodici specializzandosi in fatti di cronaca cittadina, poi in cinema e teatro. Le collaborazioni giornalistiche terminano nel 2003. Nel frattempo scrive diversi copioni teatrali messi in scena in teatri romani e realizza una serie di cortometraggi, segnalati e vincitori di alcuni premi produzione. Scoperto nel teatro uno strumento per sviluppare cicli storici e personaggi, a partire dal 2005 realizza a teatro e in altre sedi spettacoli e percorsi didattici all'interno del mito, della storia, della psicoanalisi, della filosofia. Da circa tre anni tiene corsi sulla Nascita della Tragedia di Nietzsche, considerato strumento molto efficace per indagare nell'inconscio storico collettivo e individuale.

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